﻿Bruno Bertucci.
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ALLORA CI VEDO?
Avventure di un non vedente in giro per il mondo.
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2022. Edizioni Scritto.io
ISBN: 9 791221 005455.
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DONO DELL'AUTORE ALLA FONDAZIONE EZIO GALIANO PERCHE' NE POSSANO USUFRUIRE ALTRI COMPAGNI D'OMBRA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.

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ALLORA CI VEDO?
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Dedica: Ai miei genitori,
grazie a loro ho girato il mondo con
il mio inseparabile bastone bianco.
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Le foto che potrete scorrere alla fine del percorso rappresentano 
una sintesi delle mie esperienze nonché dei miei trascorsi familiari.
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Prefazione di Michele Gangemi.
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Quarantaquattro paesi visitati in trentacinque anni di viaggi
intorno al mondo: un record che poche persone possono vantare!
L’impresa, di per sé straordinaria, diventa pressoché unica se
a compierla è una persona “non vedente”... e Bruno Bertucci, 
classe 1957, lo è dalla nascita.
Molti di noi, con un handicap così importante, avrebbero
timore di aggirarsi da soli per i vicoli meno noti della propria
città. Bruno non ha esitato ad affrontare in solitaria gli 
angoli più remoti del globo.
Le motivazioni che lo hanno spinto così spesso oltre le colonne 
d’Ercole, ce le racconta lui stesso nella sua Introduzione. 
A noi il piacere di scoprire come ha vissuto questa
incredibile avventura umana.
La scelta di quest’ultimo aggettivo (umana) non è casuale:
se un normale viaggiatore tende infatti a soffermarsi sugli
aspetti paesaggistici, per Bruno questo dato non può essere
che marginale. Ecco allora che l’aspetto antropologico diviene 
essenziale: la cultura delle popolazioni, nei suoi diversi
risvolti (politici, religiosi, gastronomici, musicali...).
Bruno Bertucci è un musicofilo di rara esperienza e conoscenze, 
un vero esperto e collezionista di strumenti originali
e canti popolari.
La sua ricerca non si esaurisce però in una superficiale raccolta 
di cose e nozioni: dalla sua narrazione emerge chiaramente il suo 
principale intento di entrare in sintonia empatica con le persone, 
cercando di coglierne “l’anima”.
Ritengo che questa sia la corretta chiave di lettura per apprezzare 
e gustare questo particolare libro di viaggio.
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Introduzione.
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C’è chi si inventa un lavoro per viaggiare: ed è stato proprio il mio caso!
In queste pagine cercherò di raccontare fatti che, sebbene
abbiano dell’incredibile, sono realmente accaduti, attraverso
i quali spero di riuscire a descrivere la magia del viaggio e del
gusto di perdersi in luoghi sconosciuti.
Vorrei, da cieco o non vedente, cercare di dare sicurezza a
quanti vivono attanagliati dalla paura di prendere un aereo o
di non trovare la guida ad attenderli al loro arrivo, chiedendosi 
se parlerà o meno un buon italiano. Bene, tutte queste
paure non le ho mai avute e sono riuscito a rimanere sempre 
me stesso. Visitare un Paese significa spesso cambiare
completamente i parametri cui siamo abituati e calarci in una
realtà quasi sempre ignorata. Salvo poi aver acquisito l’esperienza 
del viaggiatore che fa intuire, anche da non vedente,
le mosse giuste per poter esaminare direttamente la nuova
cultura a cui ci si sta avvicinando.
Ho dovuto quindi affidarmi ai miei sensi più sviluppati, quali
l’udito e il cosiddetto sesto senso, rivelatosi determinante in
molte occasioni in cui, da solo, ho dovuto prendere decisioni
importanti e naturalmente in breve tempo.
Prima di partire, ho preso sempre nota di alcuni numeri di
riferimento come quello dell’Ambasciata, del Consolato o
dell’Istituto Italiano di Cultura dove, appena arrivato, avrei
potuto ottenere molte informazioni per iniziare a muovermi
nella città sconosciuta. Ma la migliore fonte di informazioni 
è sempre stata la reception dell’hotel che mi ospita, ove
faccio conoscenza facilmente con chi lavora nella hall e così,
un po’ per gioco un po’ per approfondire, riesco a sapere
subito che cosa visitare di veramente interessante, come ad
esempio un museo particolare o il posto caratteristico in cui
ascoltare la musica tipica del luogo.
Forse questo amore per la vita incerta di un uomo in compagnia 
della sua valigia è nato quando da piccolo sognavo sulle
mappe a rilievo e su enormi atlanti aperti sul tavolo e toccavo 
i contorni degli stati insieme a mio padre, con quell’innata
curiosità di conoscere e comprendere ciò che oggi intendiamo 
con il termine antropologia o etnologia. La chiamerei
forse geografia della mente: quel misto di studi culturali e
geografici che stimolano un’immagine mentale, come un
ologramma in 3d di un Paese, che poi senti l’obbligo morale
di confrontare con il reale. Basta un pizzico d’inquietudine e
d’irrequietezza per rompere le catene della vita abitudinaria
e i rapporti consolidati, ma scontati, con amici e parenti per
non avere nessuna remora e partire!
Solo chi è solito viaggiare sa come sia facile, quasi scontato
direi, vivere una situazione strana e allo stesso tempo così
inaspettata e intrigante! Vi guiderò strada per strada, Paese
per Paese, in un tour delle città visitate, dei villaggi incontrati
per caso, con tutte le avventure che non mancheranno di
tenere sveglia la vostra curiosità. Forse è proprio questo il
fascino dell’avventura: quel voler esplorare l’ignoto nel tentativo 
di ritrovarsi e riscoprirsi persone sempre nuove.
Partire vuol dire conoscere, ascoltare, cercare cose autentiche: 
semplicemente mettersi alla prova. Nemmeno io sono
consapevole di tutte quelle dinamiche che mi hanno spinto
a visitare mezzo mondo e ad approfondire la conoscenza di
alcune culture molto diverse dalla nostra. Pura fortuna? In
parte sì, ma anche il piacere di indagare e la voglia di sfida,
spesso contro la volontà di quasi tutti gli amici e i parenti che
non riuscivano a immaginarmi da solo e in balia del caso in
Paesi remoti e spesso problematici.
Devo dire che senza dubbio la mia buona stella mi ha sempre 
aiutato: come mi disse spesso un mio caro amico, ho fatto 
svolgere un lavoro straordinario al mio Angelo Custode
(il quale non potrà protestare o fare sciopero col suo datore
di lavoro, giacché i sindacati nell’aldilà non sono ammessi al
tavolo della contrattazione!).
«Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le
persone» scriveva John Steinbeck e mai frase riesce a identificare 
meglio le mie esperienze, in particolar modo la delusione del rientro, 
quando si torna a essere inutilmente costretti,
limitati, e quel malessere interiore che si prova accorgendosi
di non essere più a proprio agio con gli amici e i conoscenti
di sempre. Perché? Forse proprio perché noi siamo andati
avanti mentre tanti sono rimasti fermi, fermi anche nei 
personali limiti.
Certo, forse nel mio piccolo sono stato un pioniere! In varie
occasioni sono stato il primo: il primo italiano in Marocco,
sul medio Atlante, a partecipare alla Festa del Fidanzamento
di Imilchil; uno dei primi italiani a visitare, nel 1984, Flores, 
la lunga isola dell’arcipelago indonesiano. Ma non posso
svelare tutto in questa breve introduzione o vi priverei del
brivido della sorpresa di tutti i miei diari di viaggio. Inizio
raccontando in ordine cronologico le più significative esperienze 
che mi hanno formato come grande viaggiatore.
Ho avuto la fortuna di iniziare a viaggiare fin da bambino,
quando con la mia famiglia abbiamo raggiunto alcuni fra i
più bei luoghi del nostro Paese; siamo stati tra i primi ad
attraversare il tunnel del Monte Bianco da poco inaugurato
per andare in Francia. Allora, il viaggio non era diventato
ancora un fenomeno di massa. Presso l’università di Grenoble, 
mamma frequentava un corso di perfezionamento di
francese e con papà e mia sorella esploravamo la campagna
circostante e imparavamo le prime parole della lingua che mi
sarebbe poi tornata utilissima nei miei primi viaggi (in special
modo in Marocco). Al nostro ritorno avevamo comprato
una cinepresa ed eravamo rientrati attraversando la Svizzera.
Allora non c’erano le frontiere aperte dell’Unione Europea;
ricordo che per scherzo dicevo a papà che alla dogana avrei
dichiarato l’acquisto! Passato il confine avevo ricevuto uno
schiaffo, che ricordo ancora perché meritato.
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Egitto.
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Dopo la laurea in pedagogia, i miei genitori mi hanno chiesto 
cosa volessi come regalo. Non ci ho pensato un momento, 
ho risposto: un viaggio! Ricordo molto bene di essere
andato in giro per le agenzie di Padova, dove abitavo, per
confrontare le differenze di prezzo e le varie proposte.
All’epoca, non esistevano i last minute o i voli low cost, né
tantomeno internet. Dopo aver letto le proposte dei diversi
cataloghi, ho optato per un Paese di cui avevo già sentito
parlare a scuola in quanto molto importante dal punto di vista 
storico, nonché il più popoloso del Medio Oriente. Scelsi
l’Egitto.
Nel 1980 iniziava il turismo di massa, ma non era ancora una
moda e si potevano apprezzare molte cose interessanti senza
la frenesia odierna.
Ero rimasto impressionato nell’ascoltare per la prima volta il
muhayzzin che richiamava cinque volte al giorno i fedeli alla
preghiera dal Minareto, con i versetti del Corano.
Proprio quelle melodie così diverse che giungono all’orecchio 
dell’europeo incolto, mi conquistarono. Inoltre mi aveva 
incantato osservare la valle desertica che circonda il Cairo:
la Valle dei Re.
A parte il deserto e la prima esperienza a dorso di cammello,
ho apprezzato molto la Stele di Rosetta dal cui codice, impresso 
in tre grafie, è stata decifrata la scrittura egizia. Oggi,
mediante una sonda che da poco si è posata su una cometa,
cerchiamo di carpire i segreti dell’universo. Come si chiama
questa sonda? Non è difficile: Rosetta!
Indimenticabili la maestosa Sfinge e le Piramidi, così misteriose 
da lasciare senza parole. Dieci anni dopo, in un secondo
viaggio, ne rimasi invece veramente deluso. Gli interni sono
completamente vuoti. Molti oggetti sono stati saccheggiati
e venduti ai turisti, mentre quelli migliori sono conservati al
museo del Cairo.
Questo museo ha molto da raccontare della storia e dei costumi 
del popolo. Io eccezionalmente ho potuto toccare
cose vietate ad altri: un’esperienza veramente unica.
Sempre nel mio primo viaggio, sono stato rapito dalla musica 
araba e dallo spettacolo notturno di luci e suoni a Luxor,
una vera magia.
La musica egiziana è tra le più raffinate e colte che si possano
ascoltare nell’universo arabo, cosi variegato.
Una sera ho incontrato un suonatore di kanun (una cetra
egiziana), l’ho pregato di farmi provare lo strumento e, con
sorpresa ho scoperto che non era difficile seguire l’intonazione 
delle corde. Dopo averla suonata, ho deciso che l’avrei
comprata per la mia collezione di strumenti musicali autoctoni. 
Ho quindi cercato un bazar che mi sembrava avesse
vari strumenti dalle caratteristiche discrete. Dopo averla 
attentamente esaminata con le mani, mi son deciso a contrattare 
il prezzo della mia cetra, come è d’uso in quest’area del mondo.
Ho visitato tutti i luoghi turistici dell’Egitto, perciò nel 1990
ho deciso di ritornare in questo Paese, che fino ad allora rimaneva 
il più sviluppato del Nord Africa. Al mio ritorno, ho
scelto una crociera sul Nilo, il fiume più lungo della Terra,
famoso per le sue piene che rendono ancora fertile il suolo.
La crociera è stata divertente, ho fatto amicizia con alcune
persone, una delle quali è ancora in contatto con me, mentre
con altri siamo rimasti amici per diversi anni. Il gruppo era
composto da gente simpatica e affabile. Abbiamo scoperto, osservato e riso insieme!
Una mattina, in un bazar, siamo andati a caccia di oggetti
vari, giacché ognuno di noi voleva un souvenir, una cartolina
o un vestito tipico. Personalmente, ero interessato ad alcuni
oggetti in legno intarsiato e ho chiesto al negoziante di farmi
toccare alcuni bastoni lavorati veramente belli. Ne ho scelto
uno molto particolare da regalare a mio padre, sempre dopo averne contrattato il prezzo.
Mancava però la sorpresa… ed eccola pronta! Dopo aver
pagato, il venditore aggiunge: «Avresti potuto propormi
qualsiasi prezzo, anche una lira egiziana e ti avrei dato quanto 
chiedevi, perché sei il primo cliente!».
Astuzia? Intelligenza? Fatto sta che gli arabi nel commercio non sono secondi a nessuno!
In questo secondo viaggio ho potuto apprezzare con maggior 
consapevolezza alcuni degli aspetti culturali che riflettono, 
nel profondo, l’anima di questo popolo nordafricano
di antichissime origini e tradizioni millenarie. Mi sono anche
reso conto che sussistono delle differenze tra gli abitanti del
Cairo e alcune etnie negroidi, situate vicino alle sorgenti del Nilo, ai confini con l’Etiopia.
Il mio maestro, l’etnologo Georges Lapassade, mi aveva già
spiegato, durante il mio primo viaggio in Marocco, come il
nord di questo Paese sia diverso, anche per il carattere degli
abitanti. La parte più a ovest (ai confini con la Libia) sembrerebbe 
ospitare una popolazione più aperta, mentre verso
est la gente è più chiusa e non riesce a dialogare facilmente con lo straniero.
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Tunisia.
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Ormai il mal d’Africa si era impadronito di me e mi spingeva sempre più a intraprendere viaggi verso questo enorme continente.
Come ho già detto, ero rimasto veramente affascinato dalla cultura nordafricana e decisi di intraprendere un secondo viaggio che mi facesse rivivere tutte quelle emozioni, ma restava l’incertezza sulla scelta del luogo.
Mi attirava visitare una seconda volta il deserto più grande e inospitale della Terra, il Sahara, il cui nome riflette propriamente “il nulla” o “il vuoto”. È la più vasta zona arida del pianeta: un oceano di sabbia che si estende lungo il tropico del Cancro per nove milioni di kmq (circa trenta volte la superficie dell’Italia).
Ricordo ancora come la visita di Tunisi non si sia ridotta solo a una passeggiata, ma mi abbia offerto spunto per riflettere sulla grande nemica dell’Impero Romano, ossia Cartagine.
Ho così avuto modo di constatare la differenza nel modo di vivere fra gli egiziani e i tunisini, definiti da altri arabi “gli scemi del Maghreb”, ma vorrei evidenziare come proprio da qui siano iniziate le famose primavere arabe.
In questo viaggio ho avuto nuovamente la possibilità di essere ancora trasportato fra le dune del Sahara grazie ancora alla “nave del deserto”, esperienza favolosa che ripeterò in futuro in altri luoghi che si affacciano sull’oceano di sabbia.
Durante le nostre escursioni ci è stato spesso offerto uno squisito tè alla menta dal profumo intenso, la bevanda nazionale marocchina. Non posso inoltre dimenticare come mi abbia attirato il mercatino di Sidi Bou Said (una cittadina a venti km dalla capitale) dove è necessario stare attenti perché si è sempre visti come i ricchi turisti europei. Tale mercato è molto colorito e ha un suo fascino tutto particolare. Sono rimasto veramente incantato davanti a tanti souvenir, ricordo bene come li volessi toccare tutti! Ogni oggetto preso in mano mi affascinava per quella sua manifattura così intrigante, per me allora sconosciuta. Non mi sarei mai immaginato
che avrei poi passato anni a capire e studiare le tradizioni e le etnie della cosiddetta Africa Bianca.
Dopo diversi anni in Marocco, ho conosciuto un signore tunisino 
che abitava proprio in questa parte della città. Ricordo
come mi abbia gentilmente invitato e quanto i dirigenti dell’Istituto 
Italo-Arabo fossero preoccupati cercando di dissuadermi dal 
ritornare in quella zona. Fra l’altro, quell’anno ho
partecipato, con la collezione dei miei strumenti di musica
araba, ad una mostra organizzata proprio dall’Istituto.
La Tunisia è ricca di molti siti archeologici che ci fanno ricordare 
le civiltà del passato, le quali sono state per molto
tempo le regine della sponda sud del Mediterraneo. In ogni
caso mi sono ripromesso di ritornare in questo lembo di
terra africana preferita, fra gli altri, da Franco Battiato che
ha tratto dalle musiche locali ispirazione per le sue canzoni, come I treni di Tozeur.
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Turchia.
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Nel 1981 ho avuto una grande opportunità: visitare un Paese
allora sconosciuto ai più, ma che già era, a mio avviso, 
interessante da scoprire sotto molti punti di vista. La Turchia,
anche storicamente, è stata estremamente importante negli
sviluppi e nelle evoluzioni europee. Per gran parte appartiene
al continente più grande della Terra e soltanto il 3% del suo
territorio fa parte dell’Europa: un vero ponte euro-asiatico.
Ero proprio entusiasta di partire per una vacanza che mi
avrebbe portato a visitare l’antica Costantinopoli, oggi
Istanbul, appoggiata su una penisola e denominata il “Corno
d’oro” con le sue Chiese convertite in Moschee e la bellissima 
Moschea Blu. Volevo anche approfittare del mare e, per
questo motivo, ero andato una settimana in un Club Méditerranée. 
Mi sono difeso con quel po’ di francese che avevo
imparato a scuola, ma è risaputo che viaggiare per il mondo
sia il modo migliore per imparare le lingue e di ciò ho avuto riprova in più occasioni.
In questo viaggio ho anche potuto provare lo sci nautico,
per me una novità e un’emozione bellissima, seconda solo
a quella che, circa quindici anni più tardi, mi vedrà salire in cielo con il parapendio.
Siamo partiti con un gruppo per un tour in Cappadocia e la
guida ci ha raccontato come questa nazione sia allo stesso
tempo laica e musulmana. I turchi, infatti, sono per la maggioranza 
musulmani, con una piccola minoranza di cristiani,
liberi di professare la loro appartenenza ad un credo differente. 
Ci troviamo di fronte ad una libera Chiesa in libero
Stato. I cittadini turchi devono ciò al fondatore della Turchia
moderna Mustafa Kemal, il celebre militare che fondò la Repubblica 
turca, all’inizio del secolo scorso. A lui è stato intitolato 
il mausoleo più importante della penisola anatolica.
Per i suoi sforzi di modernizzazione si guadagnò l’appellativo 
di Atatürk, ossia padre della nazione.
Di Istanbul, bellissima, ricordo molto bene il forte vento che
si incanalava tra il Bosforo e i Dardanelli. Ritrovarsi sul bordo 
del mare è una sensazione particolarissima, sembra quasi
di volare, mentre senti il mare che disegna vortici impressionanti sugli scogli.
La Cappadocia in estate si presenta di un verde lussureggiante, 
terreno ideale per la pastorizia. Ma direte voi, e l’avventura? 
Eccola servita! Un giorno siamo stati portati in un bazar
ad ammirare come si annodano i tappeti e ci sono stati mostrati 
dei bellissimi arazzi che ho potuto toccare. Non finivo
mai di sfiorare quei piccoli capolavori fatti a mano, ne ero
rimasto rapito. Fra tutti me ne piaceva uno molto particolare, 
decorato con l’illustrazione della porta di una moschea,
circondata da motivi floreali che simboleggiano il paradiso
dei musulmani, suggellata da una frase del Corano. Ho deciso 
immediatamente di acquistarlo ma… e qui c’è un ma. In
quegli anni vigeva la restrizione valutaria, causata da una forte 
crisi petrolifera, ragion per cui si poteva andare all’estero
solo con l’equivalente di un milione di lire. Naturalmente ero
provvisto solo di dollari perché era l’unica valuta accettata in
qualsiasi Paese del Mondo. Me ne erano rimasti solo cento.
Ho chiesto al commerciante il prezzo che si aggirava intorno 
ai tre milioni di lire italiane, all’incirca millecinquecento
dollari di quel periodo. Non avendo alternative, gli feci allora
la seguente proposta: «Ti do cento dollari e la parola che ti
invierò poi il resto quando sarò in Italia». Il venditore si fidò
di una stretta di mano, rilasciandomi il certificato di garanzia
del prezioso tappeto, assieme ad altri due arazzi di minor
pregio. La fiducia è una cosa seria!
Al ritorno in Italia, mostrai i tre arazzi ai miei genitori e a mia
sorella. C’erano anche alcuni parenti presenti, ma nessuno
voleva credere che il tappeto migliore e dal costo altissimo
fosse stato venduto sulla parola.
Il problema era come inviare il denaro promesso e, soprattutto, dove?!
Avendo l’indirizzo del venditore, mia sorella scrisse una lettera 
in inglese per sapere dove poter inviare il dovuto o se
la catena di negozi avesse una filiale in Germania, poiché
mio padre aveva una paziente che lavorava lì. Alla fine fu lei
che si prese l’incarico e portò a compimento l’impegno che avevo preso.
Tempo dopo, arrivò finalmente il lieto fine: la lettera di conferma 
del commerciante di avvenuto incasso, e i miei genitori 
hanno potuto dormire nuovamente sonni tranquilli. Detto
per inciso, ho fatto valutare l’arazzo in due posti diversi e mi è stato confermato il suo valore.
Avevo acquistato anche un saz (Liuto turco a manico corto), 
ancora esposto in camera mia, e credo di aver avuto fortuna 
anche in questo caso, perché sia musicalmente che esteticamente 
è un bellissimo strumento in tutti i sensi. 
In una serata organizzata dal Tour Operator, mi sono vestito 
da turco e con il mio saz nuovo di zecca ho partecipato a una piccola rappresentazione: ricordo che quella sera ci divertimmo molto e tutto si concluse naturalmente con un bagno nelle calde acque del Mediterraneo.
La nostalgia per questa terra non è per niente sopita, infatti
recentemente sono ritornato per una breve vacanza e per
verificare se vi fossero possibilità di lavoro.
La Turchia è un Paese veramente attraente e, se le cose si
rimetteranno a posto in poco tempo, questa nazione riprenderà 
ad essere una delle locomotive economiche d’Europa.
Nel mio secondo viaggio, ho potuto però solo rilassarmi
al mare perché l’organizzazione della vacanza, da parte del
Tour Operator, è stata pessima. Sono riuscito tuttavia a fare
una bella escursione in barca con gente di differenti nazionalità. 
Ho preso contatto con il Vice Console di Antalya (città
affacciata sul Mediterraneo) e con lui ho potuto parlare degli
sviluppi e delle prospettive di questo Paese così importante
nello scacchiere medio-orientale. Ho anche avuto l’opportunità 
di incontrare gente di varie nazionalità, fra cui russi e azeri.
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Europa dell’Est.
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Conoscere l’Europa dell’Est prima della caduta del muro
non era certo cosa facile, anzi, spesso riservava delle sorprese 
spiacevoli. Ho visitato Praga, Vienna e Budapest quando
la Cecoslovacchia era una nazione unica sotto il regime comunista, 
tra i più duri dopo la Primavera di Praga del ’68.
Praga mi ha lasciato un’impressione incredibilmente dura e
bella allo stesso tempo, e credo che fra le tre capitali 
dell’Impero degli Asburgo non sia seconda a nessuno. Ricordo 
molto bene di aver visitato il muro esterno dell’istituto per ciechi
e, quando mi hanno fatto toccare con mano il mastodontico
muro che circondava la costruzione, sono rimasto molto impressionato 
sia dallo spessore che dall’altezza. È un istituto
diverso dai collegi che avevo frequentato nella mia infanzia.
La capitale dell’Austria conserva ancora il ricordo del passato 
imperiale. Un attempato burocrate asburgico disse che,
in fondo, l’impero di Francesco Giuseppe aveva cessato realmente 
di esistere già con la morte di Strauss, come se quel
mondo danubiano, dal quale è nata tanta parte della più ardua 
e severa intelligenza moderna, potesse riconoscersi soprattutto 
nella grazia superficiale e spumeggiante de Sul Bel Danubio Blu. 
In quel suo ritmo circolare di una gioia che sempre fugge 
per poi sempre ritornare, ma più tenue e lontana, il Valzer aveva fuso i due stati d’animo, apparentemente antitetici ma strettamente connessi, con i quali l’Austria presagiva e fingeva di ignorare la propria fine. Ho avuto la grande fortuna di conoscere il figlio del medico dell’ultimo Imperatore asburgico, persona estremamente semplice e raffinata allo stesso tempo, perché collega di mio padre che spesso veniva a casa mia.
Questo è stato uno dei miei primi viaggi di gruppo verso i
Paesi detti allora “oltre cortina”. Dopo la visita a Salisburgo,
in cui ho potuto mettere di nascosto le mani sul fortepiano
di Mozart (cosa assolutamente proibita ai visitatori), siamo partiti per la Cecoslovacchia.
Le repubbliche ceca e slovacca all’epoca costituivano un’unica nazione sotto l’influenza sovietica. Arrivati al confine, è salita a bordo la guida che, in un italiano perfetto, ha iniziato a spiegare come la propaganda occidentale raccontasse alcune cose non vere. Dietro di me erano seduti due romani che ironizzavano sulle sue spiegazioni. Ad un certo punto, la signora, gentilmente ma con fermezza, ci ha avvertito: «Per favore rispettate il nostro Paese o ritorniamo indietro!». Da quel momento non c’è stato più nessun commento fuori luogo e poche domande. Insomma, in quegli anni non c’era molto da scherzare.
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Indonesia.
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Ricordo molto bene le avventure che mi sono accadute durante 
il mio primo viaggio da solo, ovvero senza l’organizzazione 
di un Tour Operator. È stato in tutti i sensi un viaggio
ai limiti del rischio. È proprio lì che ho appreso l’arte del
viaggiatore solitario, cosa che mi è tornata molto utile nelle
più diverse e inattese situazioni.
Studiavo ancora pedagogia all’università e una mia lettrice
(una collaboratrice che mi aiutava leggendomi i testi di studio) 
mi consigliò di andare da sua madre che aveva un residence sull’isola di Flores, in Indonesia.
Sono partito così per l’Indonesia senza conoscere l’inglese o quantomeno ne conoscevo solo poche frasi di circostanza.
Non ero in grado di chiedere ad una persona da dove provenisse, figurarsi il resto!
Già trovare il volo a basso costo, allora, si era rivelato 
un’impresa. Alla fine avevo trovato una buona soluzione con 
l’agenzia Nouvelles Frontières, ma per riuscire ad avere in 
tempo utile il biglietto ho dovuto raggiungere Roma da Padova, dove abitavo.
La curiosità mi aveva spinto a conoscere anche gli aeroporti,
quindi durante il viaggio mi ero fermato a Dubai, dove 
fortunatamente ho incontrato una coppia di italiani che mi ha
fatto visitare lo scalo, per l’epoca già all’avanguardia. 
Atterrato a Bali, ho chiesto alla hostess di essere accompagnato al
posto di polizia aeroportuale. La mamma della mia lettrice                    
aveva contattato a mio nome una guida per i primi giorni.
Mi aspettavo, però, che le tempistiche in Oriente sarebbero 
state un po’ dilatate e che non avrei trovato nessuno al
mio arrivo. La polizia indonesiana si è dimostrata veramente
molto gentile, offrendomi un buon tè e domandandomi
dove fossi diretto. Da quel poco che capivo dell’inglese non
avevano fretta e mi invitarono a spiegarmi con tutti i mezzi
a mia disposizione. Beh, devo dire che mi ero fatto scrivere
tre bigliettini in inglese, francese e tedesco con le frasi: 
«Per favore, mi aiuta che non ci vedo?», «Dove si trova l’agenzia 
di viaggi a Bali?» e «Come posso arrivare sull’Isola di
Flores?», la mia seconda tappa di viaggio. La polizia lesse il
primo e mi rassicurò, poi lesse il terzo e, ridendo, mi disse:
«Lei ha sbagliato isola!». L’arcipelago indonesiano, infatti, è
composto da oltre diciassettemila isole! Allora ho estratto
l’ultimo bigliettino: «Dove si trova l’agenzia di viaggi?». La
polizia mi guardò e con un sorriso mi disse: «Sono le nove di
sera e l’agenzia è chiusa!».
Non ho fretta, qualcuno verrà prima o poi.
Infatti dopo un’ora si è materializzato il mio accompagnatore 
indonesiano, che parlava anche italiano, che mi ha accompagnato in albergo.
Il giorno dopo ho visitato Bali e la mia guida mi ha spiegato
come i musulmani non siano potuti arrivare fin lì, dal momento 
che le correnti oceaniche sono molto forti. Anche se
l’Indonesia è il più popoloso Paese musulmano del mondo,
a Bali i musulmani indigeni sono più tranquilli e rispettano tutti.
Ho ascoltato i gamelan, orchestra di percussioni che esegue
una musica pentatonica con strumenti molto particolari e
dai colori vivaci che riflettono quelli dell’isola.
L’arte pittorica ha colori bellissimi: i batik che sono pieni
di fiori e ti travolgono con la loro intensità, a sottolineare
propriamente il carattere di questa popolazione. Anche in
questo caso ho trovato chi, con pazienza, mi ha spiegato le
caratteristiche della lavorazione particolare di questi tessuti.
L’artigianato esprime tutta la fantasia e la creatività dei 
balinesi, popolo per la maggior parte animista e ricchissimo di
culti. Anche il culto per il defunto non fa eccezione: raccogliendo 
offerte, si preparano pire dove viene posto il corpo
per essere incenerito. Anche gli stranieri possono prendere 
parte attiva a questo rituale, offrendo una partecipazione
concreta in denaro per aiutare la famiglia che ha atteso tanto
tempo per questa grande occasione.
L’isola è in grado di avvolgerti con quel particolare sapore
d’oriente e con le sue essenze così uniche. A Bali si possono
ammirare piccole sculture di tutti i tipi e per tutte le tasche.
Gli abitanti dell’isola hanno un artigianato ricco di immagini
particolarmente significative e di una bellezza senza eguali, 
come le maschere in ceramica o in terracotta lavorate a mano.
Questo stato, posto a cavallo dell’Equatore, ammalia con
tutto il suo verde rigoglioso: la fauna, dalle molte specie rare
che si incontrano in determinate zone o isole, è così numerosa 
da renderla veramente unica.
Per recarmi a Flores, isola incontaminata e all’epoca conosciuta 
soltanto da una decina di italiani, dovevo prendere un
aereo molto piccolo, un bimotore. Alle cinque di mattina mi
sono alzato stanchissimo: non avevo ancora smaltito il fuso
orario e ho dormito per tutto il viaggio.
Arrivato a Flores, il mio vicino di posto mi ha detto: «Lei ha
dormito molto bene!». Ho così imparato il verbo to sleep.                      
Flores è una splendida isola incontaminata talmente non turistica 
che, quando una delle ospiti ha scoperto il seno per
prendere il sole, è stata richiamata al rispetto delle tradizioni
locali dalla proprietaria del residence.
In Indonesia molti animali sono caratteristici: dall’uccello
garuda, da cui prende il nome la compagnia aerea indonesiana, 
ai varani che si trovano nella vicina Comodo, ultimi
esemplari discendenti dai dinosauri, di un’agilità incredibile
nonostante la loro stazza. È accaduto spesso che questi 
lucertoloni si siano mangiati dei turisti imprudenti, in particolar 
modo francesi. Una mia amica mi aveva parlato del toque,
un lucertolone che avrebbe potuto aggredirmi in camera... e
così è accaduto! Proprio la prima notte a Flores, al mattino
presto, ho sentito il suo verso tipico e mi sono svegliato di
soprassalto. Ho chiamato la mamma della mia amica Stefania, 
la quale però mi ha rassicurato dicendomi che il toque
è un animale assolutamente innocuo che si nutre di insetti!
Durante la vacanza mi sono state insegnate alcune parole
indonesiane e i numeri, che sono facili e ancora adesso ricordo. 
Purtroppo ho anche fatto conoscenza con la vera povertà. 
Mi è stato spiegato che i locali, per la fame, a volte sono
costretti ad arrostire quello che trovano: anche un topo talvolta 
può fare la differenza. Sono riuscito anche a comprare
qualcosa di veramente speciale che allora non era proibito,
ovvero dei bellissimi bracciali d’avorio e una conchiglia stupenda. 
Sono rimasto nel residence per dieci giorni. Il posto
è incantevole e selvaggio, la piccola baia è tranquilla… ma
attenzione ai coralli che se tagliano possono procurare infezioni 
anche di una certa entità, difficili da curare. In questo
caso sono stato fortunato, perché li ho visti in tutta la loro
bellezza e li ho potuti toccare, sempre con la dovuta cautela.
In questa isoletta, nel bel mezzo del Pacifico, sono venuti di
passaggio due romani, Emanuele e Giuseppina, in viaggio di
nozze, con i quali ho fatto una bella amicizia che continua
ancora oggi. Mi hanno invitato a gustare la tartaruga (oggi
proibita) e devo essere sincero: non ho mai trovato una carne 
così squisita! È molto morbida e ha un sapore simile a un
vitellino da latte ma molto più intenso.
Tornato a Bali, ho fatto amicizia con due ragazzi indù che
vendevano l’artigianato locale in una bottega, così ho potuto
toccare gli oggetti costruiti con materiali vari e apprezzarne
le forme in tutti i loro aspetti. Mi hanno inoltre spiegato
quanto sapevano sull’induismo, religione della maggioranza
dei balinesi.
Ero diventato amico anche del Console Onorario di Bali,
persona dai modi squisiti, che aveva un ristorante in cui mi
recavo ogni sera a mangiare dell’ottimo pesce. Lui, gentilmente, 
mi aiutava nel controllare le mie spese. Dopo circa
quattro settimane il Console mi ha avvisato che dovevo ritornare 
in Italia perché, nonostante il mio biglietto durasse
ancora una settimana, avevo finito i soldi! Sono tornato in
albergo dove due amici italiani mi hanno aiutato a preparare
la valigia e, nel mentre, abbiamo trovato un topo in camera
mia. Beh, devo dire che l’ultima notte indonesiana, invece
che con una bella donna, l’ho trascorsa con questo simpatico
animaletto.
E così, dopo circa un mese di permanenza a Bali, ho ripreso
mesto l’aereo e sono ritornato in Italia entusiasta, ripromettendomi 
di ritornare in quel bellissimo angolo naturalistico.
Mentre chiacchieravo con i miei vicini di posto, il comandante 
ha chiesto di allacciare le cinture di sicurezza, a causa
di una turbolenza. Siccome eravamo in pieno conflitto fra
Iran e Iraq, ho commentato: «Non sarà forse il vento di un
missiletto?». Visto che stavamo sorvolando proprio la zona
di quel maledetto conflitto, i miei due compagni di viaggio
cambiarono decisamente espressione e non parlarono più.
Purtroppo l’abbattimento per errore di un cargo civile si è
effettivamente verificato qualche tempo dopo.
Così una volta arrivato a Roma. Non sapendo dove andare,
giacché i miei erano al mare, ho telefonato ad un amico che
aveva lavorato in alcune ambasciate e che è quindi venuto a
prendermi con la macchina. A casa poi, ho sentito mia cugina 
Dora che stava partendo per il mare, e assieme abbiamo raggiunto i miei genitori.
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Giordania e Israele.
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Il primo Paese che ho visitato nella Regione mediorientale, 
ancora oggi al centro di tante tensioni e conflitti, è stata
la Giordania. Questo piccolo stato ai confini con Israele, è
retto dalla monarchia Hascemita, cui è stato consentito di
dominare la Transgiordania, piccolo e arido territorio il cui
monarca precedente era stato Re Hussein, detto il piccolo
Re. Ora invece il monarca è il figlio Abd Allah secondo, 
cugino del Re del Marocco, poiché discendono dallo stesso ramo 
della famiglia del Profeta. Il Sovrano è sposato con la bellissima
principessa Rania, donna palestinese. La composizione della
popolazione è per il 70% palestinese e per il 30% costituita
da giordani. Ho potuto fare un breve giro nelle località 
turistiche. Sono rimasto veramente colpito da alcuni aspetti
interessanti dal punto di vista archeologico, come alcuni mosaici 
di fattura molto pregiata, conservati in maniera perfetta,
che richiamano le origini della Cristianità e che ho potuto
toccare con mano: una sensazione unica e indescrivibile.
Una sera con un’amica del gruppo siamo andati a comprare
qualche souvenir. Io ero interessato ad acquistare una bandiera, 
cosa non facile in alcune nazioni. Il negoziante, infatti,
mi disse che ne aveva solo una e che non poteva cederla, essendo 
obbligato ad esporla durante tutte le feste comandate.
Dopo aver insistito un po’, sono però riuscito a convincerlo.
Cosa non si farebbe per ottenere un pezzo da collezione e
direi anche per venti dollari!
Ho anche provato l’esperienza di immergermi nel Mar Morto, 
con la sua particolarità di mantenere a galla i corpi. Se
cerchi di immergerti, infatti, vieni immediatamente spinto
verso l’alto a causa dell’altissima salinità dell’acqua. Non 
dimenticherò il passaggio accanto al fiume Giordano, così importante 
per noi Cristiani e caposaldo della nostra religione: ovvero il Battesimo di Gesù.
Giunto in Israele ho potuto visitare alcune tra le basiliche
più importanti: quella della Natività e del Santo Sepolcro.
Questo è proprio l’incrocio fra le tre grandi religioni monoteiste. 
La visita alla Via Dolorosa era stata organizzata per
il venerdì pomeriggio. È stata una piccola avventura perché
era necessario superare alcuni ostacoli. Gli Ebrei avevano
sbarrato la via a causa dell’inizio dello shabbat e dal minareto
musulmano giungeva la voce del muhayzzin per la preghiera del tramonto.
La Basilica è visitabile ma è divisa in quattro settori: la parte
maggiore appartiene agli ortodossi, c’è poi una cappella per
i cattolici, un altare dove si possono incontrare gli armeni e
infine un settore dedicato ai protestanti. E le chiavi dell’ingresso principale? Ovviamente sono state date ad un musulmano, giusto per evitare possibili discussioni.
In questa parte dell’Asia ci sono molte tensioni tra i vari popoli. È impressionante, ad esempio, la strettissima sorveglianza da parte dell’esercito israeliano dei confini e di tutti i punti sensibili del territorio.
A tal proposito, non posso fare a meno di raccontare un
aneddoto simpatico. Per la sicurezza nazionale è severamente 
proibito scattare fotografie in prossimità dei punti sensibili. 
Ero in un tour guidato su un pullman quando ho detto 
ad alta voce: «Ferma ferma! Voglio fare una foto» e mi
sono spostato verso le ultime file del bus. Ricordo molto
bene come la guida si sia precipitata per cercare di fermarmi, 
dicendomi affannosamente: «No! Per favore!». Mi ha poi
trovato accucciato dietro ad un sedile, naturalmente senza
la macchina fotografica, e a quel punto c’è stata un’ilarità generale.
Uno scherzo davvero ben riuscito dove si sono divertiti un
po’ tutti, tranne il nostro accompagnatore.
Era il 1985 ed esistevano seri problemi tra lo Stato di Israele
e gli stati confinanti. Tutti i turisti venivano scrupolosamente
perquisiti all’entrata del cosiddetto Muro del Pianto, ciò che
resta del Tempio di Salomone.
Abbiamo dovuto lasciare fuori le borse e le macchine fotografiche, 
ma a me è stato consentito di entrare con il borsello
senza subire alcun controllo perché, dopo avermi osservato
attentamente, i soldati di guardia (con il mitra in spalla) hanno “chiuso un occhio”.
Durante quella visita ho provato moltissime emozioni: ho
potuto ascoltare i Rabbini in preghiera che recitavano i Salmi 
mentre, poco distante, l’esercito controllava il flusso dei
turisti, cosa assolutamente normale da queste parti.
Ho avuto inoltre l’opportunità di incontrare alcuni archeologi 
francescani. In particolare, ho avuto l’onore di conoscere
Padre Michele Piccirillo, il predecessore di Padre Pizzaballa
(Custode della Terra Santa), archeologo che ha portato avanti 
degli scavi importantissimi. Mentre giravamo per Gerusalemme, 
siamo andati a visitare quello che un tempo era stato
il Cenacolo, oggi trasformato in una scuola ebraica. Siamo poi passati per l’Orto degli Ulivi, dove Gesù iniziò il cammino della passione, momento fondamentale nella nascita del Cristianesimo. Mentre camminavo in compagnia di una signora, due ragazzini ci hanno distratto e mi hanno rubato quei pochi soldi che avevo. Una delle persone del gruppo, allora, mi ha regalato un piccolo pezzetto di legno che ho conservato per molti anni, su cui aveva scritto: “Remember di uno scippo al Getsemani”. Devo comunque precisare che, dopo alcune verifiche, l’agenzia mi ha restituito la somma che mi era stata rubata e in questo modo ho potuto proseguire il mio viaggio tranquillamente.
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Inghilterra.
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Visitare la Gran Bretagna ha, da un certo punto di vista,
qualcosa di strano, ma se si va in questo luogo per imparare
l’inglese diventa tutto più interessante.
In quest’isola, il cui clima è mitigato dalla corrente del Golfo,
si incontra gente pragmatica ed efficiente. Questo è ciò che
ho constatato nel 1985 quando, volendo imparare l’inglese,
ho trovato un college a circa un’ora da Londra.
Decisi di partire per un mese e già dopo cinque lezioni mi
sono reso conto che era arrivato il momento di mettere alla
prova le mie conoscenze linguistiche. Fortunatamente ero
capitato nell’anno europeo della musica e ho potuto godere
di quei fantastici concerti che si tenevano alla Royal Festival
Hall e alla Queen Elizabeth. Ho preso il treno per Londra e,
una volta lì, un taxi per andare a teatro.
Ho cercato di parlare italiano il meno possibile. Proprio per
questo, ho fatto amicizia con una donna polacca e con dei
ragazzi francesi. Mi avevano parlato della cattedrale di 
Canterbury, fondamentale per gli Anglicani. Arrivato lì, mi sono
fatto trascinare dalle melodie di un musicista di strada che
suonava bene il sax, perdendomi! Per puro caso, si è fermata 
ad aiutarmi una signora che era proprio un’insegnante di
inglese per non vedenti! A quel punto ho deciso di recarmi a
Canterbury tutti i giorni: sono diventato infatti molto amico
della signora che mi ha fatto visitare i monumenti della città
e mi ha invitato a casa per presentarmi suo marito, ovviamente tutto rigorosamente in inglese!
Una cosa che mi ha colpito delle famiglie inglesi è stata la
differenza nell’educazione dei figli rispetto ai nostri genitori
dell’epoca. Bastava dire al bambino che piangeva o che faceva 
i capricci «stop!» che tutto finiva istantaneamente, senza lamentele.
L’unica pecca di questo Paese è che il cibo non è decisamente dei migliori…
Nel 1986, sono tornato in Gran Bretagna. In tale occasione,
sono stato ospitato con estrema gentilezza da una famiglia di
Canterbury: una signora e un bambino di otto anni. La sua
scuola, per le vacanze estive, gli aveva lasciato in prova un
clarinetto per vedere, attraverso il gioco, se fosse interessato all’arte dei suoni.
Anche in questa occasione sono stato fortunato e mi sono trovato benissimo con questa famiglia, ragion per cui dell’Inghilterra conservo ancora bellissimi ricordi.
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Francia.
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Durante il mio primo viaggio in Inghilterra ho conosciuto
due fratelli francesi, ospiti nello stesso college. Ero contento
perché avrei potuto parlare un’altra lingua straniera. I due
ragazzi mi hanno fatto venire la voglia di tornare in Francia,
dove mi ero già recato da bambino.
Il soggiorno in Francia è stato molto suggestivo. Una persona, 
tuttora mia amica, mi ha fatto visitare anche la casa di
Erik Satie, detto anche Satiric, un musicista francese icona dell’impressionismo.
Il mio amico mi ha anche accompagnato al museo del Louvre, 
spiegandomi la parte egizia e facendomi scavalcare la
transenna che delimita La Gioconda di Leonardo. Una guardia
è immediatamente arrivata per richiamarci all’ordine ma, una
volta saputo che ero non vedente, ci ha permesso di restare
e ho così potuto gustare questo quadro da vicino. Sempre
insieme a lui, ho potuto visitare e conoscere tutte le attrattive
principali di Parigi, tra cui l’indimenticabile Versailles, che si
trova fuori dal complesso urbano della capitale francese e
che rende un’idea così grandiosa e allo stesso tempo austera
della corte di Luigi quattordicesimo.
Ricordo inoltre di aver visitato la Cité des Sciences, che era da poco stata costruita.
Con il mio amico, ho potuto ascoltare una delle prime sintesi 
vocali con voce femminile. Questo programma di videoscrittura 
leggeva veramente in maniera limpida. Da allora ne ha fatta 
di strada la tecnologia per i non vedenti e ci ha portati 
ad essere quasi totalmente indipendenti.
La mia guida era veramente incredibile. Spesso mi diceva:
«Chi lavora molto, guadagna poco!». Naturalmente chiesi il
perché di questa affermazione e lui mi spiegò che chi lavora
poco guadagna molto perché ha il tempo per pensare!
Anche in questa occasione ho avuto modo di conoscere luoghi insoliti.
La vigilia di Natale di quell’anno purtroppo, mi capitò una
disavventura alimentare. Il giorno prima avevo mangiato
con piacere delle ostriche del Mare del Nord dal profumo
intenso, accompagnate da pane con mostarda. Erano molto
buone e la padrona di casa mi diceva: «Guarda che la mostarda 
non è marmellata». A me però piaceva molto... Il giorno
dopo sono stato ovviamente malissimo, tanto che alla cena
della vigilia di Natale mi son dovuto limitare a “mangiare” solo del tè.
Dopo cena siamo partiti tutti per assistere alla messa di 
mezzanotte. Il rito era quello lefebvriano, allora non ancora 
ammesso dalla Chiesa cattolica. Ricordo i corali veramente 
travolgenti e conservo ancora la cassetta registrata, con mezzi
di fortuna, di quella splendida e commovente celebrazione.
La Normandia è anche Mont Saint-Michel, una delle dieci
meraviglie del mondo! Sono stato accompagnato in questo
posto incantevole e mi è stato spiegato quanto sia importante 
essere prudenti con le maree del Mare del Nord. Spesso
infatti il turista sprovveduto o incosciente è rimasto 
intrappolato con la sua auto e la marea ne ha fatto un sol boccone.
Inoltre, ho visitato una fabbrica di sapone, dove mi è stato
spiegato come si ottengono le essenze. Ho potuto sentire
dei profumi molto particolari, che ho gustato prendendo direttamente 
in mano i prodotti, nelle varie fasi di lavorazione.
Ogni volta che ho visitato Parigi non ho potuto fare a meno
di una passeggiata lungo la Senna per visitare Les Bouquinistes, 
ovvero dei chioschi dove si trova un po’ di tutto: dal
libro antico (come quello che ho comprato sui templari), alla
stampa d’epoca ecc. Diciamo che è una passeggiata rilassante
con un tuffo nel passato mantenendo vivo il presente. Ogni
volta che sono ritornato a Parigi, non ho mancato di rifare i
percorsi più belli e originali. Non posso dimenticare quando
sono salito sulla Tour Eiffel, monumento da prima criticato
per lo stile, che all’epoca sembrava troppo avveniristico, ma
oggi simbolo della Ville Lumière.
Ma Parigi offre molto altro, dall’Arco di Trionfo ai famosi
giardini Les Tuileries, riprodotti anche in musica nei famosi
Quadri di un’Esposizione di Musorgskj. Le piazze La Concorde
e La République richiamano, soprattutto ai nostri giorni, i
ricordi di una grande storia nazionale.
La sera di Capodanno, dopo aver brindato all’anno nuovo,
mi sono incamminato con Mercy, la mia ex ragazza, verso
la metro per rientrare in hotel. Alcune fermate erano però
chiuse. Non avendo altra scelta, abbiamo proseguito il nostro 
tragitto a piedi, quando ad un certo punto Mercy (che
aveva bevuto più del solito), mi ha proposto di salire sopra
un muro per accorciare il percorso, rinunciando però alla sicurezza, 
poiché da entrambi i lati c’era il vuoto! Io preferivo,
ovviamente, fare un chilometro in più! Finalmente, verso le
tre del mattino, siamo arrivati stanchi ma salvi in albergo.
Non sono certamente una persona che si impressiona facilmente, 
ma la sicurezza a mio avviso viene prima di tante stupide spavalderie.
Sarebbe fin troppo lungo riportare tutti gli incontri e le avventure 
vissute in questo splendido Paese, poiché molte sono
state le persone gentili e intelligenti che mi hanno aiutato e con cui sono diventato amico.
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Portogallo.
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Il mio primo viaggio in Portogallo è stato, come spesso mi accadeva, una gita turistica di gruppo.
Questo Paese costituisce l’ultimo lembo dell’Europa sud-occidentale, affacciato sull’Oceano Atlantico. Io ho visitato le principali città e ho potuto ascoltare la musica malinconica, il Fado, sempre presente nei locali tipici.
Lisbona, la capitale, è una città ricca di cultura: l’affascinante Museo delle Carrozze (Museu Nacional dos Coches), il museo delle piastrelle tipiche portoghesi (Museu Nacional do Azulejo) e i vicoli nella parte vecchia Alfama richiamanti lo stile moresco, in cui si possono gustare pesce o carne buonissimi.
Oltre alla capitale, ho visitato Porto, Setúbal, Coimbra, Fátima e infine l’Algarve. Quest’ultima regione presenta una forte influenza araba, sia nell’architettura (con le classiche casette basse) sia nei costumi caratteristici. Nel tour avevamo una giornata libera e avevo sentito parlare di alcuni piccoli villaggi molto tipici. Ho allora contrattato con un tassista del luogo e sono partito al mattino presto alla scoperta del
Portogallo più autentico.
Non ne sono rimasto deluso: anche in questo caso ho incontrato 
la persona giusta al momento giusto. Mentre camminavo 
in questo paesino che, dal punto di vista architettonico
ricorda molto alcuni villaggi che avrei visitato in seguito in
Marocco, mi sono messo a parlare con un signore, chiedendo 
dove avrei potuto gustare un buon granchio. Lui, molto
cortesemente, mi ha accompagnato per le viuzze e i vicoli del
villaggio, spiegandomi che il granchio in portoghese si chiama 
sapateira e mi ha portato al miglior ristorante della zona.
Nel mentre discutevamo su Sant’Antonio, il Santo Patrono del Portogallo, domandandoci se fosse o meno Sant’Antonio di Padova. L’uomo mi spiegò come il santo fosse assolutamente portoghese.
Ricordo ancora come i lusitani (così vengono chiamati i portoghesi)  si siano sempre dimostrati molto affabili.
Il fascino di questa terra meravigliosa e l’aver conosciuto,
tempo dopo, Maria João Pires, una grandissima pianista portoghese 
di livello mondiale, hanno fatto sorgere in me la voglia di ritornarci al più presto.
Ho avuto questa opportunità nel 1996, quando sono tornato nuovamente a Lisbona per visitare l’Expo.
In questo secondo viaggio sono potuto entrare ancora una
volta nella cultura autentica del Paese visitando il Museo del
Fado, dedicato alla caratteristica musica portoghese, interpretata 
in modo particolare da Amalia Rodrigues. Ho approfondito la 
conoscenza dell’arte portoghese in questo luogo
per ben due volte in compagnia dalla gentilissima direttrice.
Nonostante il mio iniziale entusiasmo, ho poi scoperto come
purtroppo questa musica non sia autenticamente popolare.
Nonostante il passare del tempo, la voglia di approfondire la
conoscenza di Lisbona non si era per nulla sopita, ragion per
cui, a cavallo del primo dell’anno 1998, passai altri cinque
giorni a Lisbona. Oramai conoscevo la città ed ero in grado
di passeggiare tranquillamente, come se fossi stato in Italia.
Per passare un buon Capodanno, avevo prenotato il cenone
in un ristorante che preparava dell’ottimo pesce. Lì avevo
fatto amicizia con un cameriere angolano che mi serviva con
modi gentili e un occhio di riguardo. Ricordo che in 
quell’occasione conobbi anche una simpatica coppia di portoghesi,
con la quale risi per tutta la serata.
Ovviamente non poteva mancare il solito imprevisto! Verso
le due di notte, era impossibile riuscire a trovare un taxi che
mi riportasse in albergo! Fortunatamente però, dopo quarantacinque 
minuti di appostamento in un punto strategicocon i miei amici 
portoghesi, è arrivato finalmente un taxi in servizio.
La mattina dopo, invece, ho deciso di fare una passeggiata 
lungo il fiume ma, non accorgendomi della ripidità della
scarpata, ho rischiato seriamente di finire nell’acqua! Forse
gennaio non era il miglior periodo per fare un bagno nel
Tago che all’epoca, peraltro, era praticamente gelato.
A proposito della già citata gentilezza dei lusitani… sempre
in questo mio terzo soggiorno, andai a visitare nuovamente
il Museu Nacional dos Coches, conosciuto come il museo
delle carrozze più suggestivo del mondo. Proprio per questo
motivo, all’ingresso trovai una lunga coda di persone, ma
uno dei custodi mi ha fatto entrare senza biglietto e mi ha
accompagnato a visitare tutte le meraviglie racchiuse in quel
luogo, le quali raccontano il glorioso passato delle famiglie
reali del Paese. Insomma, un bellissimo tuffo nel passato 
storico del Portogallo.
Durante il viaggio dall’Italia verso Lisbona, parlando con un
lusitano ho chiesto come mai gli spagnoli non comprendano 
la lingua portoghese, mentre i portoghesi intendano perfettamente 
lo spagnolo. La risposta del mio vicino è stata
precisa e concisa: «Semplicemente noi portoghesi siamo più
intelligenti! Però non dirlo agli spagnoli!».
Il successivo soggiorno estivo trascorso in Portogallo è stata
una riscoperta dell’Algarve in chiave vacanziera. Ho conosciuto 
tantissime persone: una cara amica italiana, un pianista 
olandese e un’altra coppia italiana simpaticissima. Sono
rimasto colpito dalla bellezza delle onde maestose dell’Oceano 
Atlantico che si infrangevano contro la battigia e anche
da quelle giornate inevitabilmente ventose, dove si è incerti
se fare il bagno o no, pur sapendo che alla fine vincerà 
sempre il mare.
Nella mia ultima visita alla capitale portoghese ero in compagnia 
della mia ragazza colombiana Mercy. Appena arrivati,
siamo andati subito nella parte di Lisbona che amo di più:
il quartiere Alfama. Lì abbiamo cenato in un delizioso ristorantino 
romantico. Ricordo poi molto bene la successiva
passeggiata notturna e la visita del centro della città e di 
alcuni negozi. Mercy si era incaponita nel voler comprare una
sciarpa che le era piaciuta molto, io ho cercato di convincerla
a comprarla l’ultimo giorno, ma le mie parole sono state spese invano.
Il giorno dopo siamo partiti arrabbiatissimi per un’escursione 
in treno verso Cascais, antica residenza dei Re italiani in
esilio. Mentre la mia compagna si era ammalata a causa del
cambiamento di clima per lei troppo freddo, io ho potuto
visitare un’altra volta il Museu Nacional do Azulejo.
Questo Paese, così spesso dimenticato dai media, è un incredibile 
miracolo europeo in cui convivono tradizione e modernità. 
Vi si possono inoltre incontrare persone delle ex colonie 
portoghesi, come Angola, Mozambico e Capo Verde,
perfettamente integrate nel tessuto sociale di questa nazione.
In seguito sono ritornato svariate volte in Portogallo perché
mi ha colpito l’accoglienza e la cortesia dei lusitani; forse
all’inizio la sola difficoltà che si incontra è per la lingua, non sempre di facile comprensione.
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Marocco.
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Da sempre ho nutrito il desiderio di approfondire la conoscenza 
della cultura araba per poter avere un’idea più chiara
dei figli di Allah e il mio primo viaggio in Marocco è stata
un’esperienza indimenticabile.
Il Marocco è divenuto la mia seconda patria e mi ha consentito, 
senza troppa fatica e con molta fortuna, di penetrare il
mondo affascinante dell’Islam.
Negli anni ne ho potuto apprezzare tutte le meraviglie, gustandone 
profumi, sapori e colori. Gli arabi lo identificano
con la parola Maghreb, che significa per l’appunto Occidente,
in quanto è la porzione più occidentale dell’ex califfato arabo.
Questa terra, che nella storia e nell’immaginario collettivo
è stata sempre una sorta di colonna d’Ercole tra l’Africa e
l’Europa, è diventata per me un viaggio nel Paese delle meraviglie 
durato all’incirca nove anni. Durante questo periodo
sono anche riuscito ad imparare l’arabo classico e il 
marocchino.
Molto devo ad un amico che mi ha fatto entrare in posti
proibiti ai non musulmani, quali santuari o moschee, con
accompagnatori vari ma anche da solo. Ho avuto la fortuna
di vivere la quotidianità delle case dei marocchini, che accolgono 
l’ospite con il tradizionale profumo d’incenso, accompagnato 
dall’immancabile bicchiere di tè alla menta (bevanda
nazionale marocchina), lasciando al primo impatto l’ospite
completamente ammaliato!
Indubbiamente, questo è un Paese che mi ha dato tanto, sotto 
tutti i punti di vista.
Il Marocco è composto da etnie diverse fra loro, che hanno
sempre convissuto pacificamente, come gli Arabi, i Berberi e
gli Gnawa, etnia nera proveniente dal Sudan (ove per Sudan
si intende l’Africa subsahariana, più precisamente il Golfo di
Guinea). Da non dimenticare inoltre gli Ebrei, oggi ridotti a
pochi nuclei familiari.
Il sovrano Muhammad quinto (nonno dell’attuale Re) è stato
d’importanza fondamentale per la storia del Paese, perché
durante la Seconda Guerra Mondiale ha protetto gli ebrei
marocchini, evitando di fatto che venissero deportati nei
campi di sterminio nazisti. A lui si deve, altresì, l’indipendenza 
del Marocco nel 1956. Il suo mausoleo è a Rabat, capitale
del Regno. Accanto alla sua tomba viene recitato il Corano
salmodiato tutti i giorni.
La musica accompagna la quotidianità, dall’alba al tramonto,
iniziando al mattino con il Muezzin che richiama i cinque
momenti canonici della giornata dedicati alla preghiera.
Una delle prime esperienze vissute in questo Paese del Nord
Africa è stata la scoperta di una tradizione locale. La festa del
montone è per tutti i musulmani lo stare insieme in famiglia
per ricordare il sacrificio di Isacco, richiesto dal Signore ad
Abramo, ma evitato all’ultimo momento. Mi diceva il mio
amico Brahim: «Senti tutti questi montoni? Fra un paio di
giorni non li sentirai più». In tale occasione, oltre ad 
assaggiare per la prima volta il montone, ho avuto la possibilità
di visitare il palazzo reale, dove allora viveva Re Assan secondo,
entrando così nel Marocco autentico.
Un sabato, mentre ero a passeggio per Rabat, mi sono perso
e mi sono ritrovato in un giardino bellissimo, pieno di verde
e avvolto dai profumi intensi dei fiori. Però, mentre mi lasciavo 
trasportare da questi meravigliosi odori, un poliziotto
mi ha fermato e mi ha chiesto i documenti, spiegandomi
che involontariamente ero entrato nel Ministero delle Poste
e Telecomunicazioni, luogo proibito agli estranei.
La domenica, sono andato con Brahim a fare una passeggiata 
per le strade di Rabat e, mentre camminavamo, abbiamo
intrapreso un discorso sugli strumenti della musica popolare
maghrebina. Parlando con lui, mi sono subito accorto che
non sempre quello che si legge nei libri è veritiero: mi è stato
spiegato, ad esempio, che uno strumento indicato a fiato, da
una piccola enciclopedia della musica etnica, era, in realtà, a
corde pizzicate.
Un’altra domenica, sempre con Brahim, abbiamo trascorso
la giornata al mare. Mentre eravamo in spiaggia, il mio amico
mi ha raccontato che spesso alcuni marocchini invitavano i
turisti a fare il bagno e, mentre questi erano a mollo, essi 
rubavano tutti i loro averi, ragion per cui non era infrequente
gli sfortunati bagnanti si presentassero in costume alle porte dell’Ambasciata.
Grazie a Brahim, ogni giorno avevo una persona che mi accompagnava 
in giro. Purtroppo, però, una delle ragazze che
a volte mi assisteva ha deciso improvvisamente di non tornare 
più perché, dovendo camminare con me a braccetto, si
sentiva osservata come una prostituta. Inizialmente, ammetto 
di non aver compreso la cosa, ma poi mi sono reso conto
che per una ragazza, in un Paese come il Marocco, se non si
tratta di un familiare, risulta sconveniente accompagnare un uomo a lei estraneo.
Ho poi conosciuto una ragazza che mi ha accompagnato
a visitare tutta Rabat e, successivamente, è stata ospite con
una sua amica a casa mia a Padova. Era una studentessa colta
che parlava quattro lingue e si stava impegnando per preparare 
la tesi in letteratura inglese. Con lei, Hayez, nome arabo
che vuol dire “vita”, è nato un amore travolgente. Parlavamo
senza mai annoiarci di qualsiasi argomento, cosa che non
capita spesso. La ragazza era curiosa di capire come fosse il
nostro Paese, in quanto aveva una visione parziale della vita
italiana di allora, basata solo sulle informazioni che le 
arrivavano dall’antenna parabolica.
Ero partito per il Marocco al fine di scoprire la musica 
autoctona e scrivere articoli sulla musica maghrebina. Avevo
ottenuto una borsa di studio proprio per questo, anche grazie 
al futuro Ambasciatore, Alvise Memmo, che ha avuto
fiducia in me. Sono riuscito a pubblicare per primo degli
articoli sull’etno-musicologia maghrebina, allora totalmente
sconosciuta in Italia. Ricerche che, peraltro, sono ancora 
attualissime, visto quanto vada di moda la musica etnica. Per
esempio, un brano di questa musica ci ha fatto compagnia
durante un anno nella trasmissione di Striscia la Notizia (sarei
curioso di sapere quanti telespettatori se ne siano accorti).
Sono stato particolarmente fortunato in questi approfondimenti, 
perché ho trovato un grande maestro: Georges Lapassade, 
un etnologo che viveva in Marocco da molti anni e
ne conosceva tutti i segreti. Grazie a lui sono riuscito a 
compiere un salto di qualità nelle mie ricerche, facendo pratica sul campo.
Ricordo come, inizialmente, mi accusasse di non capire nulla
dell’etnologia… ed effettivamente era proprio così. Seguendo 
i suoi consigli, ho potuto viaggiare senza troppi rischi in
tutti gli angoli del Marocco. Conoscendo Georges ho avuto,
per così dire, “la chiave” per poter indagare i segreti più
nascosti, scoprendo storie che, in una cultura come quella
araba, vengono tramandate grazie ad una comunicazione
eminentemente orale (solo da pochi anni, infatti, si è iniziato 
a scrivere libri e a incidere dischi, al fine di raccogliere le
tradizioni di cui il popolo marocchino, in particolar modo
quello arabo, va assolutamente fiero).
Le interviste e registrazioni più “al limite” le ho raccolte nei dintorni di Essaouira.
Una sera, nel mese di Sha’ban (quello precedente al mese di
Ramadan), mi sono presentato in un Santuario Hmacha in
compagnia di un amico marocchino e del mio inseparabile
registratore e sono riuscito ad ottenere una registrazione 
veramente unica. Sebbene sia stato per ben tre volte allontanato, 
son riuscito a registrate la trance estatica durante le danze
rituali di una festa. Avevo in mano una cassetta unica tanto
che quando, tempo dopo, ho visitato l’Institut du Monde
Arabe a Parigi, il direttore ha cercato di convincermi in ogni
modo a vendergliela. Oggi quella cassetta è gelosamente conservata nella mia collezione.
Come già detto, la musica è tramandata solo oralmente e,
per questo motivo, sono in pochi a conoscere le melodie e,
soprattutto, a comprendere le parole dei canti, ormai quasi 
praticamente estinti. Ho potuto incidere canti che ormai
sono sconosciuti ai marocchini stessi e ho avuto il privilegio
(riservato a pochissimi) di ascoltare canti di musica popolare
accompagnati dal liuto, strumento principe nella musica e
nell’orchestra araba. Queste musiche raccontano una porzione 
di Marocco autentico, quello che il turista non conoscerà
mai. Grazie al direttore del Conservatorio di Rabat, ho avuto
in regalo i primi cd di musica classica marocchina: in essi è
inciso un poema sinfonico marocchino: la Nûbâ Al-‘Ushshâq.
Le avventure che ho vissuto in Marocco sono innumerevoli,
come tutte le volte in cui mi sono perso nelle viuzze delle varie 
cittadine, trovando sempre, in qualche modo, la strada del
ritorno. Oppure la volta in cui, mentre mi recavo a Essaouira, 
il pullman su cui viaggiavo si è fermato in mezzo al nulla
e, aspettando il soccorso, abbiamo dovuto ripararci sotto un
tetto di lamiera (questi “cammelli a motore” sono collaudati,
ma la revisione qui è un’altra cosa!).
Essaouira è la città che mi è veramente rimasta nel cuore,
qui la gente è accogliente e gentile, invitandoti anche per la
strada senza preamboli a prendere un tè alla menta. La città
è stata colonizzata dai romani, dagli arabi e dai portoghesi,
di cui rimangono ancora le mura e i cannoni puntati verso
il mare all’orizzonte, dal quale non verrà più nessuno. Sui
banchetti vicino al porto è possibile mangiare comodamente 
con i gabbiani che si avvicinano per rubare il pesce. Nei
ristoranti c’è sempre un catino con dell’acqua per lavarsi le
mani e del sapone per gli ospiti di riguardo, il tutto inebriato
dal profumo del mare che si trova a pochi metri. Proprio lì
ho imparato un proverbio arabo che recita “la pazienza è
bella!” e il significato di Inshallah, espressione che ha quattro
significati: “sì”, “no”, “forse” e “se Dio vuole”, come dicevano le nostre nonne.
Essaouira è piena di piccole botteghe artigiane che vendono
oggetti finemente intarsiati a mano. Di solito, il turista 
inconsapevole li compra come regalo o souvenir. Ricordo di
essere entrato in queste botteghe molte volte e mi è sempre
stato permesso, con cortesia, di esaminare questi pezzi di
artigianato così unici e dall’odore intenso e delicato del legno di ebano.
Sono poi molto piacevoli le passeggiate notturne lungo la via
principale dove negli anni settanta, quando Essaouira era la
patria degli hippy, sono venuti anche Jimi Hendrix e Julian
Best. Quando passavo per quella via, venivo spesso invitato
da qualche negoziante a prendere il tè alla menta con una
parola che ho imparato presto: sharif, che significa “figlio del
Profeta” o più semplicemente “signore”.
Al termine del mio primo viaggio in questo Paese, volevo
comprare un piccolo tappeto di lana tessuto a mano. Grazie
all’amico marocchino che mi ospitava, sono riuscito ad acquistarne 
uno in un piccolo mercato della zona, pagandolo
peraltro un prezzo giusto (i prezzi sono diversi a seconda
che l’acquirente sia un marocchino o un turista).
Nel mio secondo viaggio in Marocco, l’avventura è iniziata
subito, poiché la mia valigia era stata persa. Non è piacevole
essere invitati per tenere una conferenza a Rabat e doversi
presentare con lo stesso vestito che è stato utilizzato per il
viaggio. Volendomi presentare almeno con la faccia pulita,
ho chiesto di essere accompagnato da un barbiere.
Questo Paese intrigante mi piaceva sempre di più.
Un giorno, mentre mi trovavo nella hall del mio solito alberghetto, 
una coppia mi ha chiesto di fare loro una foto. Quando 
ho spiegato ai due che non mi era possibile, questi mi
hanno detto di essere degli insegnanti per non vedenti. Con
loro è nata una bella amicizia e li ho accompagnati a visitare
la città, che ormai conoscevo discretamente bene.
Nel periodo trascorso in Marocco, ho avuto la fortuna di poter 
contare su degli amici del luogo per capire le loro usanze. 
Ricordo che una volta, mentre ero a casa del mio amico
Mohamed, nel sentire il richiamo alla preghiera del Muezzin,
egli si era tolto velocemente le babbucce e si era messo a
pregare. In quell’occasione mi sono sentito veramente a disagio: 
non sapevo cosa fare, se uscire o meno dalla stanza.
Al termine della preghiera, tutto è ritornato magicamente
normale, ma io mi ero messo a piangere proprio perché non
sapevo come comportarmi, a dimostrazione che l’ignoranza
della cultura talvolta può fare la differenza.
Molti marocchini hanno cercato di convertirmi all’Islam,
ma senza successo. Questa esperienza si è ripetuta in diverse 
circostanze, in particolare quando venivo invitato dalle
famiglie dei miei alunni per gustare la tipica zuppa che si
mangia dopo il tramonto, al termine del digiuno durante il
mese di Ramadan. Una sera, ospite del padre di due ragazzi
che frequentavano la scuola italiana, dopo il pasto abbiamo
intrapreso un discorso sulle religioni e il padrone di casa ha
iniziato a spiegare la bontà dell’Islam.
In uno dei miei viaggi, ho visitato Khouribga (detto “il suck
della domenica”), piccola cittadina famosa in Marocco per
l’esportazione di fosfati, nonché per il più grande mercato
del Paese. Sono stato ospite a casa di una mia amica: dormivo 
su un letto fatto da una tavola in un caldo infernale, con
una specie di straccio come lenzuolo. Per non compromettere 
la ragazza, non potevo essere visto da persone estranee
alla famiglia che venivano in casa, così, quando c’erano delle
visite, veniva tirata una tenda. Fra l’altro, quando sono arrivato 
in questa dimora ho dovuto lasciare i miei averi al capo
famiglia, il quale ovviamente mi ha restituito tutto quando me ne sono andato.
Nel corso dei miei viaggi, ho avuto l’opportunità di conoscere 
anche il nord di questo Paese affacciato sull’Atlantico
e sullo stretto di Gibilterra. Sono stato a Tangeri con uno dei
fratelli della mia ragazza di Khouribga e abbiamo alloggiato
in un ostello nella zona della Medina, ovvero la città vecchia.
Devo dire che è stata un’esperienza estrema per non dire
terrificante. L’odore della stanza era sgradevole, le lenzuola
erano sporche... Questa è stata l’unica volta in cui non mi
sono spogliato e al mattino non mi sono nemmeno potuto
lavare perché c’era un solo bagno in comune con gli altri
ospiti! Mi sono allora presentato in Consolato e il Console,
solo guardandomi in faccia mi ha detto: «Ho capito tutto. Un
attimo. Vengo subito da lei!». Grazie a lui abbiamo trovato
una sistemazione migliore presso un piccolo hotel di un suo amico bresciano.
A Tangeri sono poi tornato con i miei genitori: li ho portati a
vedere il mercato del pesce e quello dei datteri. Ricordo che
mio padre, da dentista, si era soffermato a guardare il banco
delle dentiere, dove è uso che gli acquirenti le provino alme-
no un paio di volte per poi iniziare a contrattare sul prezzo
(sono successivamente venuto a sapere che quelle dentiere
sono solitamente staccate dai cadaveri).
Di ritorno a Rabat mi sono recato all’Istituto Italiano di 
Cultura, per ritirare la mia borsa di studio.
Nel corso degli anni ho iniziato anche a studiare l’arabo. 
Oltre ad un vivo interesse, avevo anche una certa predisposizione 
per questa lingua, ritenuta ostica da molti. Sono riuscito 
facilmente a riprodurre la fonetica e gli accenti, che mi
sono ancora familiari. La cosa non molto piacevole della lingua 
araba, però, è che visti tutti i suoi suoni gutturali, capita
spesso e volentieri che conversando scappi qualche schizzo.
Nella capitale del Regno, ho avuto qualche piccola disavventura 
con dei tassisti. In un’occasione, mentre ero in taxi, il
conducente ha fatto salire altri due uomini, i quali volevano
approfittare della corsa e fare pagare l’intero prezzo a me.
Sono rimasto in silenzio fino all’arrivo quando, parlando in
marocchino per mostrare loro che non ero un turista ingenuo, 
ho detto chiaramente che non avrei pagato per tutti.
Un’altra volta, mentre dovevo recarmi al Ministero della
Pubblica Istruzione, il tassista ha fatto finta di perdersi e ha
iniziato a girare a vuoto per Rabat. Seguendo il mio consiglio
di chiedere indicazioni a un poliziotto, appena ha fermato la
macchina, sono sceso velocemente e, in tono convincente,
ho detto all’uomo: «Sono uno straniero non vedente e questo 
signore sta facendo il giro di Rabat invece di accompagnarmi 
al Ministero». A quel punto, il poliziotto ha chiesto
il documento del tassista e ha preso nota della targa; non so
cosa gli abbia detto, so solo che in meno di due minuti sono
giunto a destinazione, senza peraltro che mi venisse chiesto 
di pagare la corsa. A Casablanca, invece, sempre a causa
di un tassista, ho perso il volo di rientro in Italia, perché il
conducente si è presentato a prendermi con un’ora di ritardo 
rispetto all’orario pattuito (in realtà, quella volta non mi
andò comunque male, perché grazie alla benevolenza di una
hostess riuscii ad imbarcarmi su un successivo volo Alitalia,
in prima classe e senza biglietto!).
Un’avventura che mi è rimasta particolarmente impressa è
quella vissuta nella cittadina di Imilchil (sul Medio Atlante),
in compagnia di un amico, un cameraman e l’autista. Siamo
passati vicino al deserto pietroso a El Aaiún, per poi risalire 
la montagna. Lì ho potuto assistere a vari rituali, come
il cabaret berbero, con tutte le sonorità e i ritmi tipici della
musica berbera, scanditi da un piccolo tamburo, ricoperto
di pelle di montone, provvisto di due cordicelle tese detto
bendir, che al termine dell’esibizione veniva rovesciato per
raccogliere le offerte degli spettatori. Questo spettacolo si
svolgeva nel centro di una piazzetta durante la preghiera del
tramonto, mentre di notte veniva fatta una danza tipica con i
costumi tipici e con bastoni, per simulare un combattimento.
Mi è stato descritto tutto nei minimi particolari: dalle spade
che volteggiavano in aria al rituale stesso, accompagnato da
una musica e da canti tradizionali. Di tutto questo ho un video 
assolutamente unico: posso dire di essere stato il primo
italiano a visitare questi luoghi così difficili da conoscere e,
allo stesso tempo, così incantevoli.
Per colazione ho assaggiato una specialità marocchina del
luogo: delle frittelle salate con sopra lo zucchero, 
accompagnate dall’immancabile tè alla menta.
Avevo un forte desiderio di conoscere e intervistare Re
Hassan secondo. Fin dai miei primi viaggi ho cercato un contatto
con il suo segretario e, dopo aver chiesto molte volte il numero, 
sono riuscito ad ottenerlo grazie all’addetto culturale 
dell’Ambasciata di Rabat. Dopo un paio di chiamate, ho
concordato un appuntamento con uno dei tre consiglieri di
Sua Maestà. Arrivato a Palazzo Reale, sono stato introdotto
da una guardia reale in un salottino dove, dopo breve attesa,
sono stato ricevuto dal Consigliere: ho dunque esposto la
mia idea e lui mi promesso che, nell’anno seguente, avrebbe
potuto verificarsi una possibilità, perché in quel periodo si
sarebbero svolte le elezioni politiche.
Al termine della visita, dove non ho mancato di spiegare i
motivi culturali che mi spingevano a conoscere il loro Paese, 
ho chiesto alla segretaria come avrei potuto tornare in
albergo, visto che era severamente proibito ad ogni vettura
sostare nel perimetro del Palazzo Reale. Lei mi ha assicurato
dicendomi: «Ci pensiamo noi. Lei è a Palazzo Reale!». Mi
ha quindi accompagnato ad una macchina, rassicurandomi
che mi avrebbe fatto riportare in albergo. È stata una vera
sorpresa: l’auto aveva i vetri oscurati, i sedili in pelle, le 
maniglie d’oro e una parte della tappezzeria dorata! Insomma,
era proprio la macchina reale!
Peraltro, mentre dialogavo con l’autista, sono venuto a sapere 
che la donna che pensavo fosse la segretaria era, in realtà,
niente meno che la sorella del re, la quale controllava il 
Consigliere facendogli da segretaria.
Nel frattempo ero stato chiamato per insegnare educazione
musicale nella Scuola Media del Consolato Italiano di Casablanca. 
Al mio arrivo, mi è stato chiesto di dividere un alloggio con un collega, il docente di educazione fisica, e la sua fidanzata.
Il primo sabato pomeriggio sono uscito per imparare il percorso 
casa-scuola. La signora delle pulizie mi aveva detto in
confidenza che non si fidava dei miei due coinquilini. Sono
uscito senza preoccupazioni ma al mio ritorno ho scoperto che la colf aveva ragione.
Rientrato in casa ho incontrato sulle scale il mio collega e la
ragazza mentre stavano trasportando il mio letto. Son dovuto 
rimanere chiuso in casa l’intero weekend per evitare
spiacevoli sorprese e sono stato anche costretto a cambiare
la serratura. Come tempo prima mi era stato detto da un 
poliziotto marocchino: «Ricordati che un italiano in Italia 
è un amico, ma qui può diventare un nemico!».
Ho vissuto per tre anni in quell’unica città marocchina che
non amo: troppo caos, troppe furbizie, troppi stratagemmi.
Uno dei primi giorni in classe, tre ragazze hanno iniziato
a litigare tra loro e, mentre cercavo di far tornare l’ordine,
una di loro, credendo che io non capissi, ha usato epiteti
piuttosto pesanti. Sono allora stato costretto a convocarle in
presidenza: due sono state sospese per un giorno, l’altra per
tre. Da quella volta in poi, nessuno ha più provato a dire in
mia presenza una parolaccia in marocchino o in arabo!
Mentre all’inizio ero visto come il povero cieco che aveva
bisogno di chiedere tutto, con il passare del tempo gli altri
insegnanti hanno capito che ero una persona indipendente.
Sempre durante i miei anni di lavoro in questa città, detta la
“Milano marocchina”, ho avuto a che fare con molti ragazzi 
di culture e religioni diverse. C’erano bulgari, slovacchi,
italiani, marocchini e figli di coppie miste. Spesso, qualche
alunno veniva a confidarsi con me, chiedendomi consigli per
questioni di cuore o altri problemi. È bellissimo quando si
riesce ad instaurare con i ragazzi un rapporto di piena fiducia e di complicità.
In particolare, c’era un ragazzo con cui, quando i suoi genitori 
partivano per l’Italia per motivi di lavoro, dividevo il mio pasto dopo le lezioni.
I ragazzi mi aiutavano ad imparare i verbi in arabo e io, per
ringraziarli, organizzavo delle bicchierate a base di aranciata
e Coca-Cola: la classe si presentava quasi sempre al completo 
e restavamo a parlare del più e del meno, mentre ci raccontavamo delle barzellette.
Fra i colleghi, ero l’esperto del gruppo per quanto riguardava Casablanca.
In un’occasione, mentre ospitavo a casa mia Tilde, una collega 
che si era trasferita in Marocco da poco tempo, l’ho portata a conoscere Rabat.
Lei era molto curiosa e, in un negozietto vicino alla Medina,
è riuscita a trovare delle splendide djellaba, abiti tradizionali.
Ricordo che, mentre lei provava i vari vestiti, io avevo iniziato 
una simpatica trattativa di vendita con il proprietario del
negozio che era arrivato ad offrire quattromila cammelli per la mia amica bionda!
A Casablanca si può visitare La Corniche, ossia il lungo mare,
dove sono situati alcuni degli hotel più belli e confortevoli.
Un giorno ho visitato quello di proprietà del figlio di Hassan
e devo dire che quella struttura non ha assolutamente nulla
da invidiare ai nostri migliori alberghi a cinque stelle. Si può
usufruire anche di una bellissima SPA che offre terapie per il
benessere della persona, dalle più semplici a quelle orientali, oggi così in voga.
A Casablanca avevo poi fatto amicizia con Rachid, un ragazzo 
simpatico e dai modi gentili, che mi aiutava ad ottenere ad
un prezzo normale tutto ciò di cui avevo bisogno. Lui diceva 
di essere figlio di un deputato ma, dopo aver controllato
personalmente presso gli archivi del Parlamento a Rabat, ho
scoperto che il padre era in realtà un sindacalista.
Ricordo che una sera, durante una cena, Tilde mi ha raccontato 
che in molti le chiedevano di comprare per loro delle
bottiglie di vino, perché ai musulmani nel mese di Ramadan
non è permesso. Come si può definire ciò, secondo voi, se
non con il termine di ipocrisia?
Sempre nel mese sacro, ho preso un taxi sotto la pioggia
per raggiungere il mio ristorante preferito ma l’ho trovato
chiuso perché era il primo giorno di Ramadan. Ho dovuto
cercare un altro taxi: facile a dirsi, considerando che era 
domenica e c’era una pioggia battente! Quando sono riuscito
a trovarlo mi son fatto portare da Tilde che mi ha preparato un piatto di pasta.
Era una cosa che succede spesso nel mese di Ramadan. Grazie 
alle lezioni private che facevo, avevo fatto amicizia con
un industriale che una volta aveva invitato a cena i miei 
genitori. Anche in quel caso abbiamo dovuto girare ben tre
ristoranti prima di trovarne uno finalmente aperto. Quando
mio padre ha ingenuamente chiesto del vino il mio amico
gli ha fatto gentilmente notare che in quel periodo dell’anno
le bevande alcoliche non potevano essere servite nemmeno agli stranieri.
Sempre in questo periodo i miei genitori hanno avuto
l’opportunità di visitare Casablanca completamente deserta 
durante il giorno e mio padre, appassionato cacciatore,
è riuscito a vedere al tramonto il passaggio degli uccelli. I
marocchini mi avevano raccomandato di non uscire di casa
in quelle ore, perché le famiglie sono tutte riunite davanti
alla tipica zuppa marocchina e per strada non si trova anima viva, se non turisti e ladri.
Negli anni vissuti in questa città non ho mai avuto problemi,
tranne una sera in cui un ubriaco ha iniziato a darmi fastidio,
ma sono stato prontamente difeso dagli abitanti del quartiere.
Grazie ai miei amici del luogo, facevo la spesa alla marocchina, 
spendendo un terzo rispetto ai miei colleghi. Anzi, alcuni
di loro hanno addirittura subìto dei furti in casa, mentre a me
non ha toccato mai niente nessuno. Devo questo anche agli insegnamenti del mio amico Brahim.
Sempre a Casablanca, in compagnia del mio amico Habdu, ho vissuto molte avventure, alcune tra il divertente ed il pericoloso.
Una volta, studiando l’arabo, avevo appena imparato il modo
imperativo del verbo girarsi e, per esercitarmi, mentre ero
per strada ho detto a due ragazze che passavano: «Giratevi».
Non ci crederete, ma ho dovuto prendere un taxi e volare
dritto a casa. Habdu mi ha infatti spiegato che avevo combinato 
un guaio e, se lui non fosse intervenuto prontamente a
parlare con il loro cugino, quelle povere ragazze non avrebbero 
più potuto uscire di casa. Non si finisce mai di scoprire
le realtà musulmane! Infatti la realtà in alcuni Paesi del mondo 
non prevede la diretta conoscenza tra uomo e donna se
non sono presentati da persone di famiglia.
In un’altra occasione, ero stato invitato da un amico ad un
matrimonio, ma anche lì ho dovuto abbandonare immediatamente 
la festa: ero infatti stato eccessivamente notato dalle
donne e i loro mariti e fidanzati si erano infuriati.
Sempre in relazione a queste usanze particolari, i miei amici 
marocchini mi hanno spiegato che, se una ragazza viene
messa incinta da uno straniero, non c’è la prova del DNA ed
esistono solo due opzioni: pagare una multa pari a cinque
milioni o fare cinque anni di carcere marocchino! In quegli
anni il Marocco non era certo uno stato di diritto come lo intendiamo noi!
I miei genitori mi hanno fatto spesso visita a Casablanca.
Una volta, accompagnandoli in aeroporto per il loro volo di
ritorno, vidi che i miei erano stupefatti dalla marea di gente
presente; dovetti spiegare loro che ciò era dovuto al fatto che
tutte quelle persone stavano adempiendo ad uno dei precetti
fondamentali dell’Islam, cioè andare a La Mecca per il 
pellegrinaggio obbligatorio, da fare almeno una volta nella vita.
Durante i soggiorni a Casablanca, i miei genitori andavano
spesso a visitare alcune moschee, compresa quella dedicata
ad Assan secondo, il penultimo monarca marocchino, la più grande tra tutte.
In Marocco è facile trovare persone che desiderano venire
nel nostro Paese. Ricordo che una sera ero a cena con i miei
genitori e un amico fotografo che, senza giri di parole, ha
proposto a papà di prendere con sé le sue due figlie. Io ero
avvezzo a discorsi di questo tipo, ma ricordo che i miei erano
davvero esterrefatti!
Nel corso della loro permanenza, ho cercato di far visitare ai
miei le zone più belle del Marocco, sempre con l’accortezza
di acquistare i biglietti del treno il giorno stesso del viaggio
(infatti, nel caso in cui il Re debba prendere un treno, tutte
le linee vengono improvvisamente bloccate senza preavviso
per timore di attentati).
Ricordo molto bene come i miei fossero impressionati
dall’eccessivo caldo, tranne quando eravamo ad Essaouira,
che ha un microclima particolare. Arrivati in questa città, mia
madre aveva richiesto una camera vicino alla piscina, ma di
notte ha avuto molto freddo e il giorno dopo ha richiesto
un’altra sistemazione.
Siamo anche riusciti ad organizzare una cena tipica con musica 
tradizionale gnaua, popolazione proveniente dal Golfo
di Guinea. Abbiamo mangiato la tajine di pesce, un piatto
tipico dal profumo intenso e dal sapore squisito, accompagnata, 
come sempre al termine del pasto, dall’immancabile
tè alla menta. La mattina successiva abbiamo cercato un tassista 
che ci accompagnasse fino a Rabat. Ci siamo ritrovati
in una piazza a trattare con tantissimi tassisti. Mamma era
terrorizzata, ma io ero abituato a queste situazioni e, anzi, mi
divertivo a trattare il prezzo in marocchino. Non mi era mai
capitato nulla di simile nelle mie escursioni solitarie in questo
Paese, qualche volta una piccola discussione con un tassista,
ma niente di così difficile.
Mentre visitavamo la Medina di Rabat, ho sentito che qualcuno 
dietro di me stava strattonando il mio borsello. Mamma aveva 
visto tutto e, gridando in francese, è riuscita a fare
scappare il ladruncolo. Di solito, quando sono in giro da solo
non mi capitano problemi di questo tipo.
Grazie ad una mia collega giornalista della televisione marocchina, 
io e i miei siamo stati invitati ad assistere ad uno
spettacolo che conduceva lei, e poi ci siamo fermati a bere
un drink con altre persone. Fra l’altro, mio padre era stato
ripreso dalla telecamera per quasi tutta la serata. Il giorno 
seguente allo spettacolo, tutti lo riconoscevano e lo salutavano.
In un’altra escursione ho accompagnato i miei genitori anche 
a vedere le città imperiali: Fez e Marrakech. A Fez ho
fatto acquistare ai miei delle splendide teiere trattando in
marocchino un prezzo molto vantaggioso. Qui si può visitare 
quella che, secondo me, è la Medina più caratteristica di
tutto il Marocco.
Ricordo bene come una sera siamo rimasti a cena in hotel,
vista la pioggia. L’albergo aveva due ristoranti, di cui il primo
riservato ai soli gruppi di turisti. Siamo quindi andati nell’altro 
dove ci hanno presentato il menù che, a parte le côtes d’agneau, 
offriva omelette aux champignons, omelette nature e poco altro. 
Io e mamma abbiamo ordinato le omelettes nature ovvero
delle semplici frittate, mentre papà ha optato per le costine
d’agnello. Lui arrabbiatissimo ci guardava e diceva «Ecco che
in albergo devo pagare per due frittate! Potevamo mangiarle
fuori», mentre io e mamma siamo morti dalle risate. Anche
così si può passare una bella serata in compagnia, o no?
Per un certo periodo di tempo a Casablanca ho frequentato 
un gruppo di Ortodossi, che comprendeva bulgari, greci e rumeni. 
Un giorno, un rumeno che lavorava da tempo in Marocco, 
mi ha presentato Fati, una ragazza di origine berbera la 
cui famiglia proviene da Essaouira. Lei era molto bella, sia 
fisicamente che nei modi. Insomma, c’è stato il classico colpo 
di fulmine. Per stare con lei ho dovuto andare contro tutti, 
in primis mia madre. Grazie alla mia amicizia con
il Console italiano, ho ottenuto in meno di un giorno il visto
per portarla in Italia con me. È stato un amore travolgente,
seppur con molti contrasti: siamo praticamente arrivati alle
carte per sposarci, ma poi è finito tutto perché la sua famiglia
non avrebbe mai potuto accettare il matrimonio con un non islamico.
Con lei ho comunque trascorso dei momenti indimenticabili 
durante i miei anni marocchini, immergendomi a pieno
nella mentalità del luogo. Casablanca mi ha però riservato
anche una bruttissima esperienza. Era un sabato pomeriggio
quando, mentre tornavo a casa dopo la fine delle lezioni, due
persone in moto si sono avvicinate e mi hanno messo un
coltello sulla faccia. Ho avuto la fortuna di rimanere calmo.
Ho spiegato immediatamente in marocchino che non avevo
soldi e che ero non vedente. Avendo capito che non ero un
turista ma che ero un residente, sono scappati senza prendere 
nulla e sono riuscito a rientrare a casa solo con due piccoli
taglietti. La morale di questa storia è che quando si riesce a
penetrare la cultura dei popoli che ci ospitano, si riesce ad
essere meglio compresi anche dai malintenzionati.
Al termine dei miei tre anni di insegnamento sono riuscito a
vendere i miei pochi mobili e sono tornato in Italia.
Il mondo arabo, così intrigante, attraente e affascinante, è
veramente una manifestazione continua di riti, culture e tradizioni 
che non si trovano a tutte le latitudini. L’universo di
questi popoli, fra l’altro, ha partorito fior di scrittori, artisti,
musicisti, grandi matematici e astronomi.
La lunga permanenza in questo Paese mi ha messo in contatto 
con i marocchini di ogni livello sociale e culturale, ragion 
per cui in quegli anni ero già venuto a conoscenza di
quello che oggi giorno rappresenta il grosso problema del
terrorismo. Alcune persone mi avevano avvisato, infatti, che
dei gruppi si stavano preparando a combattere (quello che
si è svelato essere il fenomeno dell’Isis) e che si stava preparando 
già un piano d’emigrazione massiccia verso l’Europa,
sconosciuto allora ai più.
Ancora oggi ci troviamo impreparati sulle evoluzioni nei vari
Paesi arabi e credo, purtroppo, che i nostri governanti non
abbiano ancora imparato molto dalle lezioni che ci sono state “inferte”.
...
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...
Spagna.
...
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...
Visitare la Spagna è senza dubbio più facile che andare in viaggio verso altri Paesi, anche più vicini, ma culturalmente diversi.
L’impressione immediata che si ha visitando il Paese iberico è di una disponibilità naturale verso i ciechi. Un’organizzazione per non vedenti (ONCE) risulta essere la prima impresa economica del Paese, nonché proprietaria anche di due squadre ciclistiche a livello internazionale.
Questa predisposizione risulta evidente dai modi degli abitanti nell’accompagnarti o nel fornirti indicazioni di ogni tipo per poterti muovere meglio e quindi avere più punti i riferimento. Fra l’altro, per quanto riguarda i semafori stradali, ricordo che i primi segnali acustici li ascoltai proprio a Madrid nel 1988: anche non conoscendo la città, ci si poteva muovere con facilità.
A Madrid ho passeggiato per la Gran Via e ho visitato il Museo 
del Prado, mentre la sera mi ritrovavo spesso con altri giovani alla Puerta del Sol.
Già allora si potevano incontrare ragazzi di molte etnie, in special modo marocchini.
Nella capitale spagnola sono stato protagonista di un’avventura 
“bancaria”. Avevo finito i soldi e ho chiesto a mio padre
di mandarmene altri. In quel periodo non esistevano ancora
le facilitazioni bancarie cui oggi siamo abituati e, siccome la
Spagna non faceva ancora parte della Comunità Europea, ricordo 
che mio padre dovette pagare una commissione spropositata 
(per questo motivo, al mio ritorno mi consigliò di
portare sempre qualche soldo in più nei miei viaggi).
La prima volta che ho visitato l’Andalusìa ero in compagnia
dei miei genitori. Mi avevano raggiunto in Marocco e, avendo 
diversi giorni di vacanza, ho proposto loro di andare in
Spagna. Partiti da Casablanca in macchina, abbiamo preso il
traghetto a Tangeri e, arrivati dall’altra parte dello stretto, ci
siamo diretti verso Malaga. Abbiamo visitato insieme quasi
tutta l’Andalusìa, passando anche da Siviglia e Granada, bellissima 
città dall’impronta tipicamente moresca.
Successivamente mi sono organizzato nuovamente per tornare 
in Spagna, andando a trovare due miei amici. Ho già
raccontato che in Marocco avevo fatto amicizia con una
coppia di professori spagnoli per non vedenti che abitavano 
a Rincón de la Victoria (paesino dell’Andalusìa vicino a
Malaga). Con loro ho avuto per la seconda volta l’opportunità 
di visitare la parte meridionale della Spagna. Qui si può
ancora osservare l’influenza dell’occupazione araba. Ci sono
le moschee erette dai mori e le case, molto simili a quelle del
Marocco del Nord, sono abitate per lo più da gente semplice
e cordiale con tutti gli stranieri.
La Spagna offre comunque molte altre opportunità come la
splendida Barcellona, città che ho visitato varie volte.
Sono rimasto molto colpito dalla Sagrada Familia di Gaudí e
ho potuto vivere l’atmosfera speciale propria di quella città.
Ricordo bene un episodio divertente: mi stavo recando a piedi 
all’Istituto Italiano di Cultura e ovviamente mi sono perso.
Per pura fortuna però, mi sono accorto che ero capitato vicino 
ad un gruppetto di ragazzi marocchini che stavano discutendo 
fra loro. Mi sono avvicinato e ho chiesto indicazioni
nella loro lingua, sorprendendoli tutti! Addirittura i ragazzi
non volevano credere che io fossi italiano, continuavano a
dirmi: «No, no! Sei marocchino! E sei di Fez!».
Sono ritornato spesso a Barcellona, anche perché avevo fatto 
amicizia con un avvocato colombiano che si era trasferito
in Spagna per un certo periodo. Lui, in compagnia della moglie, 
ricambiava la visita e veniva spesso in Italia a casa mia.
Ricordo che una volta siamo andati insieme all’Udienza di
Papa Benedetto sedicesimo, in prima fila.
Non posso dimenticare un viaggio importante e triste allo
stesso tempo: ossia quando sono andato, per rilassarmi,
nell’isola di Fuerteventura, una delle più belle delle Canarie.
Non avevo voglia di fare niente perché dovevo prendere una
decisione drastica e molto importante: riflettevo se lasciare
o meno la mia ragazza Mercy. In quei tre anni passati insieme 
le avevo dato molte opportunità per crescere e trovarsi
un lavoro ma inutilmente. Dimostrava di essere immatura e
interessata solo a divertirsi. Ricordo di aver parlato con una
signora cubana, con cui siamo entrati in confidenza. Ci siamo 
conosciuti perché lei era una barlady dell’albergo presso
cui alloggiavo e io preferivo restare da solo in meditazione,
piuttosto che uscire a divertirmi. Mi sono confrontato molto
con lei. Alla fine mi ha convinto a lasciare quella che sembrava 
essere la donna della mia vita. Non so dove si trovi ora
Mercy, ma sono certo che non potrà mai trovare qualcuno
che sia in grado di rispettarla così come ha fatto il sottoscritto.
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Algeria.
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Se non visiti l’Algeria, non potrai dire di aver avuto una conoscenza completa del Nord Africa.
Questa volta la mia avventura è iniziata con la partenza in
macchina da Oujda, città marocchina che delimita il confine 
ad est con l’Algeria. Bisogna stare molto attenti, perché
è una zona di contrabbando e per questo motivo è molto
controllata sia dalla polizia marocchina sia da quella algerina.
Passato il confine, sono giunto ad Orano (una delle principali 
città del Paese) e mi sono reso conto da subito che gli
algerini hanno una forma mentis diversa dai marocchini: sono
molto più rigidi e questo crea un problema di comunicazione 
fra i due popoli. Ho assistito personalmente ad una
discussione dai toni durissimi tra un algerino e un marocchino, 
con il primo che voleva convincermi che i secondi non fossero assolutamente arabi.
Mentre visitavo i villaggi attorno ad Orano, ho avuto 
l’opportunità di registrare un’intervista sulla musica autoctona
di questo Paese, che allora non si dimostrava ospitale con gli stranieri.
La cosa più difficile di questo viaggio è stata rientrare in 
Marocco. Avevo quasi terminato i dollari con cui si era costretti
a pagare quasi tutti i servizi, compresi alberghi e treni. Non
potendo comprare un biglietto del treno, un poliziotto mi
aveva informato che un qualsiasi taxi mi avrebbe potuto
portare oltre il confine. Fiducioso, contratto il prezzo con
un tassista e partiamo. È stato veramente il “viaggio della
paura” perché non era insolito sentire di turisti all’avventura,
come me, che scomparivano tra le dune.
Andava tutto bene, o almeno così è stato fino all’arrivo alla
frontiera, quando l’autista mi ha comunicato di non poter
proseguire oltre e mi ha fatto scendere dal taxi. L’autista
quindi ha cercato per me un marocchino che mi ha assicurato 
di prendermi a bordo e portarmi a destinazione dopo che
avessi superato la frontiera. Scortato da un poliziotto algerino, 
ho attraversato a piedi quei pochi metri e sono stato consegnato 
al mio nuovo accompagnatore. In questa occasione
sono stato doppiamente fortunato, perché ho poi saputo che
la frontiera tra Algeria e Marocco è stata chiusa due giorni
dopo. Quando si dice l’intuito del viaggiatore!
Una volta tornato ad Oujda, mi sono subito informato su
quale fosse il primo treno per Rabat. Dopo essere stato sveglio 
durante tutto il viaggio per controllare la mia valigia,
sono arrivato a destinazione la mattina prestissimo. Stanco
ma felice, mi sono infilato nel letto e ho dormito profondamente 
per molte ore, tanto da non sentire nemmeno squillare il telefono
più e più volte: ero tranquillo fra le braccia di Morfeo 
che mi stringeva forte.
Non ci sono commenti da fare, se non che anche questa volta il mio Angelo Custode aveva fatto un ottimo lavoro!
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Argentina e Paraguay.
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Anahi Carfi, primo violino della Scala e mia grande amica,
un giorno mi domandò se volessi visitare il suo Paese: l’Argentina.
Le chiesi qualche consiglio e lei mi spiegò che era necessario
ragionare esattamente al contrario di come siamo abituati a
fare in Italia, perché nell’emisfero australe le cose si vivono,
si pensano e si sentono in maniera molto diversa.
Anahi mi consigliò di recarmi nel nord del Paese, perché lì le
persone erano più aperte e ospitali.
Non ero mai stato in America Latina. La mentalità di questi
popoli è senz’altro molto diversa da quella maghrebina. La
lingua è senza dubbio più semplice da capire per gli italiani in
vacanza, alcune popolazioni, però, si dimostrano molto scaltre 
e diffidenti verso l’europeo ricco che viene per turismo.
Sono quindi partito per questa avventura con l’intenzione di fermarmi lì per un mesetto.
Durante questo mio primo viaggio in Sud America ho avuto
occasione di conoscere due stati: l’Argentina e il Paraguay,
Paese poco conosciuto all’epoca e, di conseguenza, poco turistico, 
il quale però riserva sorprese a non finire all’osservatore 
attento che non si ferma alle cose superficiali.
Nonostante sia poco esteso, il Paraguay offre tantissimo 
anche dal punto di vista culturale!
Gli abitanti della capitale, Asunción, sono molto affabili, ma
la città è purtroppo molto sporca. Lì ho incontrato dei paraguaji 
(così si chiamano gli abitanti di questa nazione) che mi
hanno insegnato molto. Ho peraltro scoperto l’esistenza di
un museo veramente unico dedicato a un medico piemontese, 
Guido Boggiani, etnologo e grande studioso degli indigeni 
del luogo, in special modo dei Guaraní. Nel suo Museo
di Archeologia ed Etnografia sono esposti documenti e fotografie 
che parlano della cultura precolombiana e di periodi
successivi alla conquista degli spagnoli. Il dottor Boggiani
si era inserito nella cultura locale senza prevaricarne le tradizioni, intuendo che altrimenti la tribù sarebbe scomparsa.
In questo contesto, ho avuto la fortuna di incontrare un etnologo, Guillermo Sequela, con cui sono riuscito ad avere un’intervista pubblicata successivamente e di stretta attualità ancora oggi.
Siccome il Paraguay è noto per l’estrazione del topazio, con
l’aiuto di alcuni amici sono riuscito a trovarne uno di ottima
qualità e l’ho portato in regalo a mia sorella. Purtroppo la
vita ti sorprende spesso e questa pietra mi fa ancora compagnia.
Perdendomi tra le vie di Buenos Aires, invece, sono incappato 
in un museo di pittura astratta, ho percorso le peatonales (le
due grandi arterie pedonali Lavalle e Florida) e ho mangiato
la migliore carne alla griglia.
Ricordo, in particolare, il mercato di San Telmo, una specie
di Porta Portese sudamericana, dove però non sono riuscito
a trovare il bandoneón argentino che tanto desideravo.
Seguendo il consiglio della mia amica violinista, mi sono poi
spostato al nord del Paese.
Ho visitato le cascate più alte del mondo ad Iguazú e Tucumán. 
Qui ho fatto amicizia con una coppia che abita a La Plata 
e con una ragazza del luogo che mi ha spiegato molte
particolarità della regione e che mi ha dato preziose indicazioni 
per visitare la Quebrada de Humahuaca, una forte
depressione vicino Buenos Aires.
Sempre a Tucumán, ho conosciuto un musicista che fabbrica 
le quenas (un tipo di flauto traverso in canna di bambù).
Dopo aver discusso di varie tematiche musicologiche, è 
stato così gentile da regalarmene ben due, aggiungendo: 
«se qualcuno ti disturba dagli un quenasso en la cabeza».
Al rientro per Buenos Aires, ecco l’imprevisto: giunto nel
piccolo aeroporto, io e il mio accompagnatore ci siamo accorti 
che avevo perso il biglietto! La sorte mi ha però assistito 
anche in quel caso, perché sono miracolosamente riuscito
ad imbarcarmi, ancora una volta, senza biglietto, con l’aiuto di un controllore.
Fra le tante attrattive che offre la capitale argentina, non
posso dimenticare la Casa Rosada (il Quirinale argentino) e
il Teatro Colón, uno dei più bei teatri dell’America Latina,
dove si sono esibiti i più grandi musicisti del mondo. Prima
di rientrare in Italia, sono riuscito anche a recarmi in bus a
La Plata, per incontrare quella simpatica coppia conosciuta a
Tucumán. Al mio arrivo, gli amici mi hanno accompagnato
a casa loro e mi hanno fatto assaporare un buonissimo asado
(un tipo particolare di carne alla brace). Dopo questa carne
squisita, al mio ritorno in Italia non avevo più voglia di mangiare le bistecche nostrane.
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Messico.
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Vorrei ora raccontare il più triste dei miei viaggi, dovuto 
soprattutto al difficile periodo che stavo vivendo.
Tornato dall’Argentina, ove tutto era andato nel migliore dei
modi, ho purtroppo sperimentato una sensazione per me
nuova e insolita: quella di non voler viaggiare. Era successo
un fatto gravissimo: a settembre di quell’anno era morta mia sorella e la mia vita era radicalmente cambiata.
Decisi di partire su insistenza di amici e genitori e, vista la
totale assenza di entusiasmo, scelsi di ripiegare su un viaggio
di gruppo, che ricorderò come il peggiore anche dal punto di vista organizzativo.
Non mi entusiasmava neanche l’idea di conoscere quel crogiuolo 
di gruppi etnici, nemmeno le civiltà Azteca e Maya.
La vacanza iniziò proprio nello stato dello Yucatán.
A tal proposito vorrei citare Jostein Gaarder che, nel suo libro Maya, racconta:
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All’inizio lo Yucatán non si chiamava così. Quando gli spagnoli, sulle tracce della precedente visita di Colombo, trovati per caso numerosi edifici maya sparsi lungo la costa e sbarcati abbastanza pacificamente,
domandarono, naturalmente nella loro lingua, chi erano quelle popolazioni, i Maya risposero: “Ci-u-than”, cioè “Non vi capiamo”; ma essi interpretarono tali parole come una risposta, e col tempo “Ci-u-than” divenne “Yucatán”.
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Ho proseguito il viaggio con un tour che mi portò a visitare 
le famose piramidi costruite dai Maya e che ancora oggi
ci pongono tanti interrogativi per la perfezione dell’orientamento 
dei punti cardinali. Non a caso, uno degli oggetti che
ho comprato è stato proprio un piccolo pezzo di artigianato
che riproduce uno dei loro calendari architettonici.
Molto bella è stata la visita alle rovine di Chichén Itzá, 
Teotihuacan, Palenque e Cholula (tutte ottimamente conservate)
e ai templi situati vicino alla capitale messicana, i quali 
offrono uno spunto di riflessione su come questi popoli riuscissero 
ad estrarre dal terreno l’ossidiana (una pietra che, anche
se lavorata, non perde la sua bellezza).
Nonostante fossero luoghi interessantissimi, queste visite
non mi hanno coinvolto come d’abitudine.
Ci sono stati molti contrattempi e la guida non era delle migliori: 
riusciva a far litigare il gruppo per la semplice assegnazione 
di una camera piuttosto che un’altra, salvo scoprire poi
che la suite riservata da una giovane coppia se l’era tenuta
per sé. Mi è stato rubato persino il contenuto di una valigia,
tranne poche cose con le quali ho continuato il viaggio.
Un amico liutaio di Padova mi aveva dato i contatti di una
famiglia italiana che viveva a Città del Messico e, credendo
di essere ospite gradito, decisi di trascorrere quindici giorni
nella capitale. Purtroppo, come spesso accade, le persone 
dimostrano una falsa cordialità che cela solo preoccupazione
verso il tuo handicap. Ciò è proprio quello che è avvenuto
con questi signori: mi hanno gentilmente ospitato, facendomi 
anche provare la vera cucina messicana (ricordo in particolare 
i sostanziosi tacos, composti da una sfoglia di farina di
mais ripiegata nella quale si potevano mettere ingredienti a
piacere), ma purtroppo non ero libero di uscire come faccio solitamente da solo.
L’unica eccezione è stata quando siamo andati a visitare la
Virgen de Guadalupe, un posto molto pericoloso dove c’è
un continuo via vai di gente e bisogna stare molto attenti,
poiché in mezzo a tutta la moltitudine ci sono spesso ladruncoli di ogni tipo.
Una curiosità: la bandiera messicana ha gli stessi colori di quella italiana... naturalmente ne ho comprata una.
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Costa Rica e Guatemala.
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La Costa Rica è uno stato veramente unico: è il più piccolo
dell’America Centrale e ha un mutamento climatico costante.
Questa nazione non ha esercito per espressa disposizione
costituzionale e tutto ciò che dovrebbe essere investito in
spese militari viene invece indirizzato a fini culturali, ragion
per cui la percentuale di analfabetismo è minima e il Paese
risulta il più sviluppato di tutto il Centro America.
La Costa Rica è una terra fantastica e ricca di vulcani attivi.
Accompagnati da una buona guida se ne possono visitare
le pendici e, se si ha un po’ di fortuna, si può anche arrivare
fino alla caldera fumante, per poterla ammirare da vicino e
sentirne i vapori caldi. Che dire, per un appassionato di 
geografia come me, questa è stata un’esperienza senza eguali!
L’altra meraviglia è il mare, estremamente suggestivo. Una
volta ricordo di aver fatto un bagno sotto la pioggia e, subito
dopo, mi sono potuto godere delle piccole banane squisite,
prese direttamente dall’albero.
Normalmente la gente in questa nazione si dimostra più distaccata 
rispetto ad altre realtà dell’America Centrale, come
ad esempio quelle del confinante Nicaragua.
Ho visitato la Costa Rica due volte, in contesti completamente differenti.
La prima è stata una vacanza di solo relax: alloggiavo in un
hotelito o posada e giravo per le vie di San José tranquillamente,
anche nelle ore notturne.
Durante il mio periodo di permanenza in questo albergo,
ho fatto amicizia con un ragazzo americano in cerca di moglie. 
Peccato che non conoscesse neanche una sola parola di
spagnolo! Mi sono offerto di fargli da interprete e, in questo
contesto scherzoso, ho preso un appuntamento anche per
me. Arrivato il grande giorno io, però, mi sono completamente 
dimenticato di avere appuntamento con una ragazza
che, venuta in hotel a cercarmi, non mi ha trovato, poiché
ero uscito per la mia escursione quotidiana. Al mio ritorno 
mi hanno informato della grande occasione persa perché
era, tra l’altro, una bellissima ragazza!
Mi trovavo ancora in quella struttura quando una mattina,
mentre facevo colazione, c’è stata una forte scossa di terremoto. 
Io ero impressionato, ma il proprietario dell’albergo 
era tranquillissimo. Avvicinatosi al mio tavolo, mi disse
simpaticamente che scosse di quel genere erano la normalità, 
poiché la Costa Rica è zona sismica, e loro erano ormai
abituati. Insomma, anche gli eventi naturali, che da noi 
seminano panico, lì vengono vissuti con una buona dose di fatalismo.
Un episodio divertente mi è capitato mentre stavo andando
dal Nicaragua alla Costa Rica: ero l’unico passeggero del bus
rimasto ancora a bordo e la polizia di frontiera, vedendo che
temporeggiavo a scendere, è allora salita sul pullman chiedendomi, 
per un controllo, quale fosse la mia valigia.
Quando si sono però accorti che non ci vedevo, è subito 
scattata quell’immediata simpatia tipica di alcune zone
dell’America Latina, per cui basta poco per superare qualsiasi problema.
In questo mio primo viaggio volevo approfittare per conoscere 
la patria della marimba e dei Maya, ragion per cui mi
sono riservato una settimana per visitare il Guatemala, Paese
allora più povero del Centro America e non particolarmente turistico.
Giunto dalla Costa Rica, dopo un breve giro nella capitale
con il mio accompagnatore, decisi di dedicare le ore serali
all’esplorazione notturna di Guatemala City. Arrivato in centro, 
però, ancora una volta mi sono reso conto di essermi
perso e, nonostante avessi con me il bigliettino con scritto 
l’indirizzo dell’hotel, nessuno mi ha dato informazioni.
Dopo aver girovagato a vuoto, mi ha fermato un signore
molto gentile che mi ha spiegato di fare parte della sicurezza
nazionale e che si è offerto di accompagnarmi in albergo.
Il giorno seguente ho raccontato la mia disavventura alla guida 
che è rimasto stupito perché la notte precedente c’era il coprifuoco!
Insomma, anche in Guatemala non mi è mancato proprio niente.
Durante il mio viaggio sono riuscito ad entrare in contatto
con alcuni musicisti guatemaltechi che suonano la marimba,
strumento nazionale di cui conservo ancora una cassetta.
Ricordo di aver visitato anche Tikal, una delle città stato
dell’Impero Maya, e il suo magnifico lago di Atitlan, per poi
essere però colpito dal Morbo di Monte Zuma, ovvero una
diarrea che nessun farmaco italiano avrebbe potuto fermare.
Con un farmaco comprato in loco (in una pseudo farmacia),
però, mi sono ripreso nell’arco di soli due giorni.
Durante questa breve permanenza ho stretto amicizia con
la mia guida, tanto che, molto gentilmente, mi ha invitato
addirittura a casa sua. L’abitazione era molto povera: i panni
erano stesi su fili di nylon, non c’era acqua potabile e il 
paesino era completamente isolato.
Il fascino di questi posti consiste, a mio parere, nel mescolare 
la cultura precolombiana con alcune modernità che fanno da 
contrasto stridente ad una serie di bellezze naturali e
storiche; un fascino, insomma, che si pone fra la cultura e il mistero... tutto da scoprire!
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Principato di Monaco.
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Questo piccolo Stato tra Francia e Italia è salito spesso agli
onori della cronaca grazie alle varie avventure dei Grimaldi.
Gli sportivi lo conoscono anche per il circuito cittadino che
costituisce una delle maggiori attrattive del mondiale di 
Formula 1. In pochi però sanno che questa città-Stato affacciata
sulla Costa Azzurra nasconde un piccolo segreto: grazie al
suo microclima, è uno dei posti migliori per praticare il parapendio.
Con una collega di Casablanca, ci siamo quindi recati a 
Monaco per provare questa esperienza unica.
La mia amica conosceva bene questo sport perché lo praticava 
a livello agonistico, mentre io ero molto emozionato all’idea di volare.
Il grande giorno, siamo partiti innalzandoci dopo una breve
corsa e ci siamo librati in aria per almeno venticinque minuti.
Dopo aver letteralmente volato siamo atterrati senza troppi
problemi, risultando gli unici a non finire in mare. Volare è
stato bellissimo, librarsi nell’aria è veramente un’emozione
stupenda e praticamente indescrivibile. Ad un certo punto,
ho chiesto a che quota fossimo e la ragazza mi ha detto che
eravamo più o meno a settecento metri da terra. Non posso
descrivere la sensazione di volare liberi e leggeri come una
piuma, trasportati dalle correnti ascensionali.
Conservo ancora il ricordo di questa bellissima giornata e
del parapendio, uno sport non facile da praticare per chi non
vede e perciò esperienza indimenticabile da ogni punto di vista! 
Tutto ciò è custodito, grazie alla tecnologia, in un video
che rimarrà per sempre come una delle mie esperienze più belle in giro per il mondo.
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Bulgaria e Romania.
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Nel 1997 sentivo che era giunto il momento di conoscere
altre realtà dell’Europa Orientale: ho così organizzato un
viaggio per visitare due Paesi molto diversi ma a loro modo
ugualmente interessanti, che mi hanno visto di ritorno 
successivamente in altre circostanze.
Dopo aver trascorso quasi nove anni in Marocco, mi volevo
aprire ad orizzonti ancora poco noti in Italia. Tempo prima
avevo fatto amicizia con dei ragazzi rumeni che mi avevano
invitato a visitare la loro terra, parte importante della 
Penisola Balcanica nonché una delle principali conquiste romane,
visti i suoi porti sul Mar Nero.
Volevo però cogliere l’occasione per visitare anche Sofia, 
capitale della Bulgaria, città allora conosciuta da pochi 
connazionali perché non pubblicizzata.
La Bulgaria occupa la parte orientale della Penisola Balcanica 
e si affaccia anch’essa sul Mar Nero, comprendendo al
suo interno una grande diversità di etnie e musica. I bulgari, 
guerrieri provenienti dal centro dell’Asia, si dimostrano
gente seria e, anche se sono stati sotto il dominio ottomano
per diversi secoli, non hanno perso le loro tradizioni e i loro costumi.
In aereo ho avuto la fortuna di incontrare un professore
dell’Università di Sofia che mi ha suggerito cosa visitare e
come muovermi una volta arrivato in città.
La capitale della Bulgaria è veramente interessante e 
affascinante, dal punto di vista artistico offre al visitatore diversi
modi per non annoiarsi. Per muovermi, ricordo di avere imparato 
una ventina di parole in bulgaro, diciamo le frasi essenziali e 
qualche parola di convenienza. Il mio hotel si trovava proprio 
in centro città, vicino alla cattedrale ortodossa.
Gli abitanti sono gentili, ma allo stesso tempo un po’ circospetti: 
purtroppo si nota ancora un forte retaggio del passato regime.
Le cose da vedere sono molte: ci sono un’infinità di chiese da
visitare con all’interno delle splendide icone. La mia preferita 
è senza dubbio la Cattedrale di Aleksandr Nevskij, a due
passi dal mio alberghetto, con le sue cupole d’oro e la sua
bellezza austera. Proprio il professore incontrato in aereo
mi ha spiegato nei dettagli questa splendida chiesa bizantina,
facendomi toccare con mano anche cose poco accessibili ai
più. Inoltre, spostandosi con il tram, si possono visitare bellissimi giardini.
La mia permanenza è stata, però, solo di una settimana. 
Successivamente ho preso il treno per andare alla volta di Bucarest.
Anche in questa occasione non è mancato il brivido: superata 
la frontiera con la Romania, sul treno, sono salite alcune
prostitute con il loro capo: cosa fare?
Dopo averci pensato un po’ su, ho deciso di cambiare vagone 
perché se mi avessero visto in mutande non avrebbero fatto una piega!
A Bucarest mi attendeva un ragazzo italiano, amico dei rumeni 
conosciuti in Marocco. Questa persona mi ha trattato
con una gentilezza estrema, lasciandomi veramente sorpreso.
Peccato però che dietro tanta disponibilità si celasse una
brutta sorpresa: per i giorni seguenti il mio accompagnatore 
mi ha chiesto continuamente dei soldi, mai più restituiti.
Che dire… purtroppo queste brutte sorprese, al di fuori dei
nostri confini, me le hanno riservate solo dei connazionali!
Avventurieri? Forse sì, ma che tristezza!
In questo viaggio ho poi conosciuto alcuni italiani radicati
da tempo nel Paese che mi hanno raccontato di come, appena 
trasferiti nella povera Romania governata dal Conducator
Ceausescu, il Paese sembrasse veramente la terra di Dracula
e le donne non conoscessero le calze velate né la depilazione.
Sono rimasto nel Paese danubiano per circa dieci giorni e
ho potuto notare come il comunismo non fosse del tutto tramontato.
Prima di partire verso il sud della Romania, ho conosciuto e
fatto amicizia con un Ambasciatore rumeno che conosceva
ogni mio singolo spostamento in tempo reale, minuto per
minuto. Se questo non è un retaggio del comunismo! Prima
della mia partenza, il diplomatico mi ha regalato una bandiera 
con un foro nel mezzo, simbolo della caduta del regime:
un vero cimelio per me che faccio collezione di bandiere.
In quel periodo, a Bucarest si svolgeva il festival della musica 
folcloristica e ho avuto l’occasione di ascoltare gruppi
di varie regioni differenti, con interpretazioni assolutamente
originali e coinvolgenti. Erano presenti anche alcuni gruppi
stranieri: due bulgari, due ungheresi e uno italiano. 
Quest’ultimo era organizzato dalla mamma di Puccio Corona, giornalista RAI.
Mi hanno anche intervistato a Radio Bucarest e, inoltre, un’emittente locale mi ha intervistato sulle mie conoscenze relative alla musica araba.
Infine, ho raggiunto i miei amici, conosciuti in Marocco, nel
sud della Romania. Lì abbiamo visitato molte chiese ortodosse e la cittadina di Costanza.
Anni dopo sono tornato nella parte nord-occidentale del
Paese per visitare dei bellissimi monasteri. L’unica pecca di
questa visita si è rivelata essere la mia guida: un ragazzo che
nulla sapeva sulla storia e la cultura di quei luoghi.
Nel corso degli anni ho avuto ancora l’opportunità di ritornare 
a Sofia, più che altro per motivi lavorativi.
Ricordo che nel mio secondo viaggio in questa città ho avuto 
la piacevolissima sorpresa di ritrovare una mia ex allieva
del Marocco che lavorava come segretaria dell’addetta culturale all’Ambasciata.
In questo contesto culturale sono riuscito ad intervistare, tra
l’altro, la direttrice dell’Istituto di Studi Balcanici, la 
Professoressa Penka Danova, con cui ho potuto trattare vari argomenti
della storiografia bulgara. Mi è stato spiegato come i bulgari
siano tolleranti da tutti i punti di vista e, quindi, le diverse
religioni non hanno avuto, nel corso degli anni, alcun problema di convivenza.
In quel viaggio ho anche potuto visitare i monasteri vicino
alla capitale. In particolare mi aveva colpito la storia di uno
di essi perché aveva come priore un ex broker della borsa
di Londra (London Stock Exchange) che, rapito dalla fede,
aveva abbandonato tutto e si era ritirato lì.
Girovagando in un negozio di cose antiche, ho avuto la fortuna 
di trovare una carta geografica antica che mostra come
la Bulgaria del passato fosse più grande rispetto a quella odierna.
In quei giorni nella Cattedrale Aleksandr Nevskij era esposta
una riproduzione di un’icona russa rappresentante la Madonna: 
al solito sono stato fortunato, perché mi è stato permesso di toccarla.
In un viaggio successivo, dove ho tenuto una conferenza
su Verdi, sono da prima stato intervistato da Radio Classic 
e quindi con la mia traduttrice siamo andati alla ricerca
di un’icona da comprare. Avevo trovato effettivamente una
bellissima riproduzione ma purtroppo non si poteva avere il
certificato di autenticità. Mi è stato consigliato di fare attenzione all’acquisto di icone o riproduzioni delle stesse, perché non conoscendo quest’arte, per noi occidentali è veramente
difficile valutarne l’autenticità e, di conseguenza, capirne il
valore corretto. Mi sono state mostrate anche delle litografie
e alla fine ho optato per due grafiche. La traduttrice, allora
la più giovane professoressa dell’università di Sofia, mi ha
anche regalato dei souvenir, fra cui un disco di musica popolare 
cui tengo molto. Con lei, sono stato a visitare fra l’altro il
museo etnografico, con i suoi costumi di epoche diverse che
riflettono i cambiamenti nel corso dei secoli.
Il mio unico problema nella capitale bulgara erano gli spostamenti 
notturni in taxi: non sempre riuscivo ad arrivare
dove volevo e spesso ho avuto l’impressione che il tassista
volesse approfittare del turista. In realtà, parlando con un
amico bulgaro, ho scoperto che non era così: semplicemente
in quel periodo gli zingari rubavano le targhe segnaletiche di
ferro delle strade (oltre ai tombini), quindi anche per loro era difficile orientarsi senza i nomi delle vie.
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Ungheria.
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Nel 1997 la voglia di visitare i Paesi dell’Est Europa si era
fatta consistente. Non c’era più la cortina di ferro e io volevo
ritornare a scoprire i cambiamenti di una nazione così importante 
come l’Ungheria e la sua capitale, Budapest. Sono
stato in Ungheria per ben tre volte; in particolare ricordo
bene la seconda, quando cercavo un lavoro all’estero.
La nazione era in crescita esponenziale e tutti correvano a fare acquisti di ogni genere e tipo.
Ricordo un pomeriggio in cui, avendo sbagliato fermata, mi
trovai al capolinea della linea metropolitana. Sceso dal mezzo, 
ho iniziato a chiedere informazioni in giro, ma nessuno
mi rispondeva. Se non avessi fatto molta attenzione, controllando 
il suolo con la sensibilità pedo-tattile, sarei finito direttamente 
in mezzo ai binari! Fortunatamente sono comunque
riuscito a riprendere la metro, in modo da tornare alla mia piazza preferita.
Mentre giravo per Buda e Pest (che, unite dal ponte sul Danubio, 
formano assieme la capitale ungherese), ho conosciuto il direttore dell’istituto Italiano di Cultura, Giorgio Pressburger, che mi ha consigliato di visitare l’esposizione di una pittrice molto 
famosa che aveva dipinto seguendo i suggerimenti di alcuni non vedenti.
Non è bellissimo che chi non ha la vista si immagini un mondo un po’ fantastico?
Raccogliendo alcune informazioni in giro, sono riuscito anche a 
realizzare un’intervista con uno dei migliori direttori 
d’orchestra ungheresi al mondo: il maestro Tamás Vásáry.
Sono tornato altre volte in questa bella città, ormai parte
dell’Unione Europea a tutti gli effetti. I magiari (così si 
chiamano correttamente gli abitanti di questa piccola nazione)
sono ovviamente cambiati nel tempo. Oggi si mostrano
molto più gentili e aperti rispetto agli anni novanta.
In un pomeriggio piovoso di dicembre, sono andato a cercare 
nei mercatini tipici alcune calamite per la collezione di
mia madre. Fortunatamente ho incontrato una signora molto gentile 
che mi ha accompagnato in un negozietto e mi ha aiutato a scegliere quelle più belle.
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Martinica.
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La Francia conserva ancora i suoi territori d’oltremare nelle
Antille. Nel 1998, anno in cui i francesi sono diventati campioni 
del mondo a spese del Brasile, ho visitato l’isola della Martinica.
Ero andato a fare una vacanza di una settimana in un Club
Méditerranée, ma vista la simpatia e la disponibilità dello
staff sono rimasto in quest’isoletta caraibica per quindici 
giorni, facendo arrabbiare, al mio ritorno, il proprietario
dell’agenzia di viaggi, con cui avevo prenotato, che per i sette
giorni extra non aveva incassato nessuna percentuale.
Credo che quella sia stata una tra le più belle vacanze che
abbia mai trascorso lontano dal nostro Bel Paese. Lo staff
era estremamente accogliente e gentile: abbiamo fatto molte
risate insieme (ricordo, ad esempio, quando uno dei ragazzi
voleva farmi partecipare ad un torneo di freccette perché,
tirandone una per scherzo, avevo fatto punteggio pieno).
La seconda settimana è stata la più bella, perché ormai 
conoscevo tutti gli animatori e il capo villaggio mi diede una
camera ad un prezzo veramente speciale, cambiando le date
del mio volo di ritorno. Tra l’altro, come detto, quell’anno
c’erano i mondiali di calcio e la finale è stata Francia Brasile.
La guardai circondato da francesi e ridemmo per tutti i novanta 
minuti. Scherzosamente tifavo per il Brasile ma a fine
partita gli altri mi hanno invitato a festeggiare con loro. 
Questa vacanza è stata veramente stupenda. Ricordo anche di
aver partecipato alla gita ad una piccola cascata di acqua gelida, 
occasione in cui i miei compagni d’avventura non hanno
trovato niente di meglio da fare che buttarmi in acqua.
Ho anche avuto l’opportunità di ascoltare la musica tradizionale 
di questo popolo creolo che richiama molto le loro origini africane.
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Saint Lucia.
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Durante la mia vacanza nell’isola di Martinica, un cenno particolare merita l’escursione che feci nella vicina isola-Stato di Saint Lucia: un’intera giornata in barca dedita a scoprire questa piccola realtà caraibica.
L’isola è praticamente un promontorio che spunta in mezzo all’Oceano. Gli abitanti sono di stirpe negroide e abituati a convivere con i turisti, fonte principale dell’economia locale.
A parte il Belize, è uno dei pochi Paesi del Centro America dove non si parla spagnolo o francese, bensì l’inglese. La visita mi ha fatto toccare con mano come una piccola protuberanza oceanica sia riuscita ad organizzarsi in un vero e proprio Stato, seppur con tutti i limiti del caso. I locali cercano in ogni modo di vendere al turista qualche souvenir e io sono riuscito a trovare la bandiera per la mia collezione.
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Grecia.
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Ho voluto esplorare una nazione di antica cultura, così presente 
e studiata sui libri di storia e filosofia, che ancora non conoscevo: la Grecia.
Mi sono immerso in una cultura che conserva ancora i crismi 
orientali coniugando le sue tradizioni culturali, soprattutto 
quelle musicali, con uno spirito di modernità.
Ad Atene conoscevo la figlia di un amico greco, che mi ha
fatto da cicerone facendomi scoprire gli aspetti più interessanti e particolari della capitale ellenica.
È stato un viaggio culturale in tutti i sensi. La curiosità mi
ha fatto scoprire sei musei in cinque giorni: credo che non
capiti spesso di avere tante opportunità del genere in un viaggio così breve.
Il Museo del Partenone racchiude un pezzo della storia greca
veramente significativo. L’ho visitato con una guida che molto 
gentilmente, avendo notato il mio interesse, mi ha dato
l’opportunità di toccare alcune sculture, cosa proibita alla maggior parte dei visitatori.
Successivamente alla visita sono riuscito a trovare una statuetta 
artigianale, molto raffinata, che riproduce il discobolo
in un piccolo negozietto, dove peraltro ho acquistato anche la mia solita “preda”: la bandiera!
Avendo saputo che i Solisti Veneti (famoso gruppo italiano
che suona in tutto il mondo da oltre sessant’anni) avrebbero
tenuto uno dei loro bellissimi concerti proprio ad Atene, ho
colto l’occasione per andare ad ascoltarli e incontrare il mio amico Claudio Scimone.
Credo però che l’emozione più bella vissuta in questa città
sia stata, senza ombra di dubbio, assistere alla messa del Natale 
Ortodosso: la cerimonia dura all’incirca tre ore e mi ha
emozionato veramente riascoltare i cori che conoscevo fin
da bambino quando facevo il chierichetto a Lungro. Questa
messa è stata veramente un tuffo nella mia infanzia, perché
nel mio paesino albanese, Lungro, alle falde del monte Pollino 
fra la Calabria e la Basilicata, viene ancora mantenuto integralmente il rito liturgico greco.
Nel mio secondo viaggio in Grecia, ho visitato alcuni quartieri 
di Atene, tra cui la Plaka, resa ancora più bella dopo le
recenti Olimpiadi e piena di negozietti tra i più vari e diversi,
dove si possono incontrare praticamente tutte le culture. Ho
cercato poi di tornare al quartiere di Monastiraki, vicino al
centro, purtroppo, forse per l’affollamento del sabato pomeriggio 
o per qualche fraintendimento linguistico, non sono
mai arrivato a destinazione. Alla fine ho preso un taxi e sono tornato in hotel.
Lì ho fatto amicizia con il simpatico ragazzo della reception,
che mi ha fatto conoscere un ottimo ristorante di pesce in
zona. Quel ristorantino era una vera chicca, perché proprio
lì arrivava il pesce fresco scelto dai grossisti, per poi essere immesso sul mercato.
Il giorno seguente invece sono andato a mangiare in un ristorantino 
al porto del Pireo. Ricordo in particolare come gli
uccelli (gabbiani, folaghe e altre specie) venissero a pescare a
pelo d’acqua proprio vicino al posto che mi ospitava.
In questa mia seconda visita ad Atene, sono rimasto molto
colpito dal fatto che la gente non fosse più aperta come nel
’98 e dimostrasse anzi una certa paura (probabilmente a causa 
della pesante crisi economica che la Grecia stava attraversando in quel periodo).
Come sempre accade, è però l’incontro con altre persone che riserva sorprese interessanti, consentendo di vivere 
“l’avventura umana”.
Un giorno, preso un taxi, ho cercato di spiegarmi, come
sempre, in inglese, ma il tassista non riusciva a capire molto.
Ho chiesto, allora, di dove fosse. Mi ha risposto di essere
albanese. Ho iniziato subito a parlare delle mie origini, del
citato paesino della Calabria, così simile anche nel linguaggio
alla sua terra natia e, con due parole in albanese, sono arrivato 
in breve tempo a destinazione senza alcun problema,
rimediando anche uno sconto sul prezzo della corsa.
A volte chiedere in un’altra lingua un semplice “come stai?” può essere utile, o no?
Ovviamente non potevo andarmene senza provare anche
qui il brivido di perdermi. Ero alla ricerca di una antica carta
geografica, ho girovagato per più di tre chilometri nelle viuzze 
interne della Plaka, riuscendo in qualche modo a trovare
un cartografo. L’incontro con questa persona molto colta,
peraltro, mi ha fatto capire come, in questo mondo così superficiale, 
ci sia ancora spazio per un rapporto profondo e si
possano imparare innumerevoli cose che arricchiscono l’esperienza del viaggio.
Prima di lasciare Atene, sono anche riuscito ad ascoltare uno
spettacolo dal vivo di canzoni greche in un locale caratteristico 
frequentato esclusivamente da greci, rendendomi conto,
purtroppo, di come anche la cultura autoctona di un Paese
tanto tradizionale come la Grecia possa essere contaminata
dalle influenze moderne. A mio avviso, così si va piano piano 
perdendo l’autenticità della vera cultura popolare a favore di non ben precisati valori da promuovere.
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Santo Domingo.
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L’America Centrale pullula di molte isole e, tra le Grandi
Antille, ero curioso di conoscere l’isola detta Hispaniola che
comprende due Stati, Haiti situata nella parte ovest e la 
Repubblica di Santo Domingo con l’omonima capitale. Mi sono
quindi organizzato per una breve vacanza nel sud dell’isola e
ne sono rimasto piacevolmente impressionato. Sono stato in
un club italiano dove si ballava in continuazione la “Bomba”,
classica canzone dell’estate che non ti togli più dalla testa.
Ho visitato Santo Domingo all’incirca sette volte. Si può
nuotare in un mare dai colori stupendi e la gente è molto
affabile, ma da prendere con le pinze. Come nella maggior
parte dei Paesi della America Latina, le persone solitamente
dicono “sì” a tutto, ma bisogna essere guardinghi, soprattutto 
quando dicono la famosa parola horita, che significa tutto
e niente! Ho scoperto che quest’isola ospita anche alcuni dei
peggiori italiani, in tutti i sensi: gente sfuggita alla giustizia o
disavventure varie, che si è inventata una nuova professione
tale da poter rimanere tranquilla sotto il sole della repubblica delle banane!
Nel mio secondo viaggio sull’isola, mi sono sistemato in un piccolo hotel consigliato da un amico.
Ho avuto la dritta di visitare una parte molto bella dell’isola, ossia Juan Dolio.
Appena arrivato, però, ho avuto una spiacevole sorpresa:
dopo aver sistemato tutto nella cassaforte della camera, mi
sono accorto che il mio orologio braille che avevo appoggiato 
poco prima sul comodino non c’era più. Per farla breve,
anche se mi aveva accompagnato una persona della sicurezza 
dell’hotel, il mio orologio si era volatilizzato. Fidarsi
è meglio, ma certe volte non fidarsi può fare la differenza!
E, a pensarci bene, cosa ci faranno mai con un orologio in braille?!
Nel primo pomeriggio sono uscito per conoscere la zona
circostante e sono andato alla ricerca di un buon caffè. 
Accomodato in un bar, la cameriera ha iniziato a parlarmi in
italiano, dicendomi che anche il proprietario del locale era
un nostro connazionale. Nel frattempo, probabilmente, la
ragazza deve anche aver fatto cenno ad un’amica che si è avvicinata 
e mi ha salutato con le magiche parole: “hola amor!”.
Ho prontamente risposto che non ci conoscevamo e da quel
momento, avendo capito che non ero il solito turista, non mi ha più disturbato nessuno.
In questa località ci sono molti casinò e ricordo di aver 
giocato piccole somme per divertimento. Una sera stavo 
vincendo parecchio, ma ero un po’ preoccupato perché circondato 
da quattro donne: una bianca, una mulatta, una nera
e naturalmente una triguena, ossia l’incrocio fra un bianco
e una persona indigena. Finito di giocare, sono andato in
compagnia di quest’ultima a prendere un tè. Questa donna
non mi lasciava in pace e il barman, vedendo la mia preoccupazione, 
mi ha rassicurato dicendomi: «Sappiamo che lei
è un signore». Terminato di bere, infatti, due bodyguards mi
hanno prelevato e caricato in una macchina del casinò che mi ha riportato in hotel.
La seconda volta che sono tornato in questa parte così bella 
e vivace dell’isola, però, mi capitò qualcosa di veramente brutto.
Mi ero sistemato sempre nello stesso alberghetto, dove ormai 
ero di casa. Dopo una bella passeggiata, avevo voglia di
fare un rilassante bagno in piscina e ho chiesto ad un ragazzo
dello staff in quale punto l’acqua fosse più alta. Il ragazzo mi
ha indicato il punto e mi ha detto di scendere da una delle
due scalette. Nel lasciarmi andare, dopo l’ultimo scalino, ho
scoperto che purtroppo la piscina era in realtà vuota. Ho
avuto dei seri problemi che tuttora persistono al braccio destro e, 
nonostante una terapia immediata, non ho ottenuto
alcun miglioramento. Naturalmente questi sono i rischi del
mestiere che ogni viaggiatore si assume, quindi non è il caso di lamentarsi troppo.
Ho visitato anche Samaná, a mio parere il posto più bello
dell’isola. Per raggiungerlo mi sono imbarcato su un piccolo
aereo da turismo, l’avioneta. Il viaggio è breve, ma anche qui
non mancano le piacevoli sorprese. Il mare è incantevole,
l’alberghetto accogliente e di aspetto familiare. Purtroppo,
però, questo paradiso è stato rovinato dopo un’edizione de L’Isola dei famosi, divenendo estremamente turistico.
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Cuba.
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Cuba, isola del Centro America famosa per motivi politici e per la musica da noi denominata genericamente “latina” o “salsa”, racchiude in ogni suo angolo i suoi riti e le sue magie.
Per il mio primo viaggio in quest’isola, situata nelle Grandi
Antille, ho scelto di partire con il classico viaggio turistico
di quindici giorni. Il posto però mi è piaciuto talmente tanto
che ho prorogato la mia permanenza per altre due settimane.
Nella capitale, L’Avana, ho conosciuto un gruppo di musicisti 
locali e un giornalista non vedente, Joaquín Borges-Triana, 
che mi ha regalato un disco in cui sono incarnati, nei
suoni, le emozioni del popolo cubano. Con Joaquín è nata
un’amicizia tanto sincera quanto inattesa e il disco lo 
conservo tuttora nella mia collezione discografica multietnica.
A Cuba ho avuto l’opportunità di conoscere e sperimentare
un fenomeno molto interessante, che si pratica di nascosto
anche se molto diffuso: la Santeria. Sono entrato direttamente 
in contatto con una persona che pratica questi rituali, grazie 
alla conoscenza di un’amica locale che mi ha introdotto
a casa del Santone. Dopo una breve disamina di alcuni stati
interiori, mi è stato detto che avrei potuto offrire volontariamente 
un piccolo contributo all’altare posto di fronte a noi.
Probabilmente la somma che ho lasciato non doveva essere
stata sufficiente per quel che avevo chiesto, perché al mio
ritorno in Italia la mia salute non è stata influenzata favorevolmente. 
Credo tuttavia che non si tratti solo di superstizione o di 
credenza popolare, ma ci debba essere qualcosa di
occulto che non sono riuscito a comprendere in toto. Questi
rituali sono un misto fra ricerca, magia e cristianità.
Durante il mio viaggio sono riuscito anche a presenziare ad
un discorso di colui che è succeduto a Fidel Castro: suo fratello Raul.
La struttura sanitaria dell’isola funziona perfettamente e i
medici sono tra i più bravi dell’America Latina, richiestissimi
in altri Paesi del continente andino.
Per la prima volta ho frequentato un breve corso di vela: a
sorpresa di un po’ tutti gli istruttori, non me la cavavo per
niente male! Questo perché il vento non va guardato, bensì
sentito e percepito con le cime: bisogna saperlo prendere per poter navigare!
Ho avuto motivo di ritornare a Cuba poco tempo dopo perché 
ho conosciuto una ragazza. Spesso andavamo insieme a
fare delle passeggiate lungo El Malecón, ossia il lungomare
de L’Avana, che pullula di turisti e di gente di tutte le etnie.
Purtroppo il regime ha impoverito molto i cubani, che sono
costretti ad approfittare dello straniero, visto come il ricco della situazione.
Durante questa permanenza mi è capitata anche una piccola 
disavventura notturna. Nel mio albergo c’era una grande
discoteca e una sera ci sono andato per trascorrere qualche
ora con della buona musica caraibica. Dopo la mezzanotte
ho deciso di ritornare in camera, ho preso l’ascensore che
si è chiuso ma non è partito! Ho suonato l’allarme senza
risultato; ho iniziato a gridare per chiedere aiuto… ma con
quella musica a tutto volume nessuno poteva sentirmi! Sono
rimasto chiuso al buio in ascensore per circa un’ora e mezza, 
quando per fortuna sono riuscito a premere un bottone
qualsiasi e, per puro caso, mi sono ritrovato al piano della
mia camera. In quella situazione di emergenza non ho perso
la calma e sono andato tranquillamente a dormire, come se nulla fosse successo.
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Venezuela.
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Ero già stato in molti Paesi dell’America Latina, ma non avevo 
ancora visitato il Venezuela. Questo Paese, così chiamato
per ricordare la nostra Venezia, ha vissuto, e vive tutt’ora anni difficili.
Caracas è una città difficile da girare, anche per quanto 
riguarda i mezzi pubblici; c’è però una buona metropolitana,
dove sono riuscito sempre ad incontrare qualcuno che mi ha
dato delle indicazioni precise e una mano negli spostamenti.
Un giorno sono andato in centro alla ricerca di una scheda 
per telefonare in Europa a basso costo. L’incontro con
il venditore è stato quanto di più bello e sorprendente ci
si possa aspettare: le schede le vendeva un cieco. Abbiamo
parlato parecchio e da lui ho potuto ottenere informazioni molto preziose.
In questo viaggio avevo scelto di pernottare in un alberghetto 
un po’ lontano dal centro. Ricordo che un giorno non
riuscivo a ritrovare la strada per l’hotel. Era il primo pomeriggio 
e non c’era nemmeno molta gente per strada. Quando
mi credevo ormai perso, ho però avuto la fortuna di incontrare 
una persona gentile che mi ha accompagnato.
Mi muovevo spesso in metropolitana autonomamente senza
alcun problema, ma all’Ambasciata Italiana, con cui ero 
continuamente in contatto, erano molto preoccupati tanto che
un giorno, una funzionaria, mi ha chiesto: «Cosa ha fatto lei oggi?».
«Sono andato in centro» ho risposto prontamente.
«Con chi?».
«Da solo! Ma tutti mi aiutano, non si preoccupi».
«Stia attento, mi raccomando!» mi rispose la signora.
A Caracas ho conosciuto una coppia simpaticissima, lui
giornalista e lei studentessa, con cui sono stato in diversi 
locali e ho potuto imparare molte cose sulla “Repubblica 
Bolivariana”, così chiamata perché liberata dal Libertador Simón Bolivar.
In questo mio viaggio non poteva ovviamente mancare un
aneddoto in albergo. Le pulizie nella mia camera venivano
fatte da una signora molto cortese, la quale aveva la premura
di non spostare mai gli oggetti (cosa fondamentale per un
cieco). Dopo un po’ di giorni eravamo entrati in confidenza 
e le avevo chiesto dove fosse possibile trovare le tipiche
piccole banane del posto. Gentilissima, ci pensò lei stessa a
portarmele il giorno dopo ed erano talmente buone che la
sera, non avendo particolarmente voglia di uscire, ne mangiai ben otto.
Non vi dico come e dove stavo il giorno dopo! Certamente
è facile immaginarlo. Sono rimasto in camera tutto il giorno
a curarmi con i fermenti lattici e una dieta liquida.
Con un amico siamo stati a Puerto La Cruz, una bella città
sulla costa atlantica dove si trovano bellissime ville, in una
delle quali sono stato ospitato. Da lì abbiamo preso un 
battello per raggiungere l’isola Margarita. Durante la mia 
permanenza in quel luogo ho potuto apprezzare ancora una
volta la cortesia degli isolani e con il mio amico siamo andati
qualche sera al casinò, dove ho imparato a giocare a blackjack 
(non potevo toccare le carte perché ovviamente è proibito, ma 
il croupier mi diceva la mia e la sua carta, in modo da
poter partecipare come tutti gli altri giocatori).
Prima che il nostro soggiorno sull’isola terminasse, non poteva 
chiaramente mancare un pasticcio all’italiana! Con il mio
amico, abbiamo conosciuto alcune hostess e una, in particolare, 
si dimostrava molto gentile con me. Su insistenza del
mio amico (continuava a dirmi: «Ma perché non la inviti a
fine turno?»), le ho dato appuntamento sia la seconda che la
terza sera ma senza alcun risultato. L’ultima sera sono allora 
tornato nuovamente in quel posto per invitarla un’ultima
volta, ma sorpresa: al posto delle hostess c’erano dei ragazzi
dal fisico alto e slanciato, decisamente non il mio genere. 
Visto cosa può combinare un approccio poco discreto?
Finita la nostra mini vacanza isolana, siamo tornati a Caracas
in quello che è stato un vero e proprio viaggio della speranza: 
siamo infatti giunti a destinazione con ben sei ore di
ritardo, perché lungo il tragitto abbiamo trovato un enorme
tronco della foresta tropicale in mezzo alla strada e il traffico
è rimasto completamente bloccato per ore (io ho approfittato 
di questa lunghissima sosta per mangiare la mia tortilla
preferita in un chiosco lungo la strada).
Molti anni dopo, tornai all’isola Margarita con Mercy, all’insegna 
di un’altra vacanza caraibica. La popolazione di questo
stato purtroppo è cambiata molto, non sono più amichevoli
come una volta. In questo secondo viaggio ho potuto constatare 
come la crisi dello stato, l’incertezza per le condizioni
fisiche dell’allora presidente Hugo Chávez e altri fattori non
secondari, come l’aumento della delinquenza, abbiano incattivito le persone.
Non conservo dei bei ricordi di questa mia seconda permanenza 
venezuelana. Arrivati sull’isola, io e Mercy abbiamo
avuto una discussione molto seria, ragion per cui il giorno
dopo io non ho voluto partecipare all’escursione che avevamo 
in programma. Alla fine della giornata, però, Mercy non
era ancora rientrata. Preoccupato, ho chiesto nella hall se
tutte le imbarcazioni fossero rientrate e mi hanno risposto
che una di queste si era capovolta. Mercy non è tornata nemmeno 
nei giorni seguenti e io, non sapendo cosa fare, l’ultimo 
giorno ho preso da solo il bus per l’aeroporto, dove mi
sono imbarcato per Caracas e, successivamente, per Bogotà.
Giunto nella capitale colombiana, la sera ho ricevuto una chiamata di Mercy, che mi avvisava sarebbe arrivata il giorno dopo per parlarmi. Pensavo che la nostra storia fosse giunta al capolinea, ma poi siamo riusciti a chiarirci. Dopo i molti anni passati in giro per il mondo, questa è stata senza ombra di dubbio una delle più brutte vacanze in assoluto.
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Emirati Arabi Uniti.
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Dopo la caduta delle torri gemelle ho deciso di trascorrere
il periodo di fine anno negli Emirati Arabi, anche perché in quel periodo i prezzi erano crollati.
Ho visitato questa confederazione per ben quattro volte, anche 
per poter parlare un po’ la mia lingua preferita.
Nel mio primo viaggio mi interessava molto vedere le corse 
dei cammelli, molto apprezzate dagli emiratini. Ho preso
allora un taxi (che lì è molto costoso) pagando in anticipo
anche per il ritorno, ma l’autista non si è ripresentato per
portarmi in albergo. A quel punto ho dovuto rintracciare un
altro conducente e trattare nuovamente sul prezzo. Il giorno
seguente, ho preso un pullman da Dubai ad Abu Dhabi e ho
incontrato per puro caso un bigliettaio proveniente dal Marocco, 
con cui ho potuto parlare il vero marocchino.
Ad Abu Dhabi ho avuto l’opportunità di conoscere un vescovo 
cattolico che, avendo saputo che ero un giornalista,
mi ha pregato di non fargli alcun tipo di intervista. Abbiamo
preso un caffè insieme e mi ha raccontato che la sua chiesa 
era veramente prossima al confine con l’Arabia Saudita
e perciò era stato costretto a togliere la croce dalla facciata
dell’edificio. Che tristezza! Queste cose non succedono solamente 
oggi, ma sono una costante che accompagna i cristiani a certe latitudini.
Descrivere gli Emirati è in parte semplice, ma sotto altri
punti di vista è quasi difficile ricordarsi di essere in Asia, in
un Paese arabo del Medio Oriente. Si tratta di una confederazione organizzatissima composta da sette emirati e viene considerato il Paese più sicuro del mondo.
Per la serata di Capodanno ero stato invitato ad un cenone
ma, conoscendo come vengono organizzate nei viaggi turistici 
queste feste, ho deciso di declinare l’invito e di andare
a letto presto; ciò mi ha permesso di essere il primo a mettere 
piede in spiaggia la mattina seguente. Dopo una breve
escursione di gruppo, sono andato da solo, come sempre del
resto, a visitare il Dubai Mall, che è un grandissimo centro
commerciale in cui si trova veramente di tutto: dalla Burj
Khalifa, la torre più alta del mondo, a negozi e ristoranti di
ogni genere e tipo. A Dubai si possono incontrare persone
provenienti da ogni parte del mondo. Gli emiratini sono tutti
cosmopoliti e molto cordiali ed è impossibile non sentirsi a casa.
La metropolitana è pulitissima e sicura. Per concludere il
mio primo viaggio negli Emirati, ovviamente, non poteva
mancare una piccola disavventura: ho raggiunto l’aeroporto
con un taxi mandato dall’agenzia ma, una volta lì, il conducente 
è subito ripartito, senza accompagnarmi all’interno.
Non mi sono fatto prendere dal panico: mi sono avvicinato
all’ingresso principale e, parlando in arabo, ho spiegato la 
situazione ad un poliziotto che controllava l’entrata, il quale è
inizialmente rimasto molto sorpreso dal mio arabo e, molto
gentilmente, dopo aver controllato il mio passaporto e il mio
biglietto aereo, mi ha accompagnato sotto braccio al banco del check-in.
Questa terra, posta tra mare e deserto, mi aveva molto affascinato 
e, nel 2011, ho deciso di tornarci. In quell’occasione
ho chiesto aiuto a mio cugino, che abitava lì, che mi ha consigliato 
sia una scuola di arabo e inglese sia un buon hotel.
Al mio arrivo, ho trovato una città completamente modernizzata. 
Appena sbarchi dall’aereo ti viene scattata una foto e
oplà! Si è immediatamente rintracciabili, qualora ci si trovasse 
coinvolti in qualcosa di illegale o comunque vietato.
Mi avevano detto che avrei potuto girare senza problemi e
infatti così è stato: effettivamente, se si conosce un po’ 
l’inglese è possibile cavarsela ovunque.
Per un disguido con la mia banca, non avevo aumentato il
plafond della mia carta di credito e, al mio arrivo in albergo,
mi è stato fatto notare che la somma a disposizione non era
sufficiente a coprire tutto il periodo di permanenza. 
Fortunatamente mio cugino ha potuto fare da garante.
Nell’hotel in cui sono stato era la prima volta che ospitavano
un non vedente, perciò alcune volte è accaduto che il mio
accompagnatore non sapesse come comportarsi. In uno dei
primi giorni, infatti, una manager, volendomi aiutare, mi ha
preso per la spalla; al che, per sdrammatizzare, le ho detto:
«Guarda che non sono il cane!». Abbiamo così rotto il ghiaccio 
con una bella risata e da lì in poi la permanenza è stata ottima.
I primi giorni in un nuovo albergo sono di solito i più difficili, 
ma piano piano si conoscono un po’ tutti e, con alcune
persone, si può instaurare una conoscenza più profonda. In
questo viaggio, ad esempio, ho fatto amicizia con una donna
proveniente dal Myanmar, che mi ha confidato il suo sogno
di entrare in un monastero buddista. Era una donna semplice, 
ma molto risoluta: dopo dei piacevoli appuntamenti
a cena, nel ristorante vietnamita, sono riuscito a convincerla 
a mettere via una somma di denaro da mandare alla sua
famiglia, in quanto molto povera e bisognosa del suo aiuto.
Questa ragazza mi ha molto colpito, anche perché non si
incontrano facilmente delle persone così spirituali: non 
dimenticherò mai la sua bellezza interiore e la sua umanità.
Ho poi fatto amicizia con una russa, con cui sono ancora in
contatto. Con loro, e altre amiche, ci siamo messi d’accordo
per trascorrere un sabato pomeriggio insieme e, per l’occasione, 
le ho portate in taxi al Dubai Mall dove, nascosta in
una libreria del quarto piano, si trova una caffetteria thailandese. 
Le donne sono rimaste molto sorprese! Mentre sorseggiavamo 
delle ottime bevande, ho spiegato loro che ho
un fiuto speciale per trovare dei posticini particolari come
quello. Per ringraziarmi di aver loro fatto scoprire quel bel
posto, le ragazze mi hanno poi invitato a cena nel ristorante
vietnamita, dove era possibile gustare dell’eccellente tè. 
Grazie ai consigli delle ragazze, ho assaggiato dei piatti molto particolari.
Siccome volevo che quel viaggio fosse una vacanza-studio,
mi sono organizzato per frequentare i corsi di arabo e di
inglese a giorni alterni e lì mi è stato subito insegnato come
arrivare alla sede del Consolato Italiano. A volte andavo a
scuola in taxi e ho notato che i tassisti che lavorano negli
Emirati appartengono fondamentalmente a tre gruppi: pakistani, 
indiani e bangladesi. I primi di solito sono molto intelligenti 
e dimostrano di non voler perdere troppo tempo, i
tassisti del Bangladesh si dimostrano più disponibili e affabili
con il passeggero, mentre gli indiani sono quelli che cercano
di approfittare del turista e soprattutto, non conoscendo 
alcuni luoghi, sono i meno affidabili di tutti.
Frequentavo le lezioni pomeridiane e sono stato molto fortunato, 
perché ho incontrato due insegnanti brave e preparate. 
La mia insegnante di arabo era una donna libanese con la
quale comunicavo in francese. Queste lezioni mi hanno poi
portato una grande soddisfazione, perché l’anno successivo
ho sostenuto l’esame e, nonostante non praticassi la lingua
da un po’ di tempo, ho preso sedici ventesimi. Un bel risultato!
Oltre ai già citati corsi di arabo e inglese, ho avuto anche la
possibilità di parlare spagnolo e francese, perché la gente in
questo Paese arriva da ogni dove.
Una sera, mentre ero nel bar di cui sopra, ho conosciuto una
ragazza ucraina bellissima e, mentre parlavamo, le ho detto
che sono bravissimo a fare i massaggi. Così, siamo andati
in camera sua per il massaggio e, dopo circa un’ora, siamo
tornati al bar per bere ancora qualcosa. Ricordo che tutti
ci guardavano e sorridevano, non potendo immaginare che
in realtà in camera non era successo assolutamente nulla.
Da quel giorno in poi, ogni volta che la ragazza entrava nel
locale mi salutava con affetto. Durante un’altra serata, ho
conosciuto invece una ragazza marocchina: non appena ho
saputo delle sue origini, ho iniziato a parlarle direttamente
nella sua lingua. Abbiamo chiacchierato molto, fino a quando 
lei mi ha invitato a casa sua, dove mi ha preparato il mio
piatto marocchino preferito (una tajine di pesce). Dopo cena
ha iniziato senza preamboli una trattativa chiedendomi un
visto e addirittura di sposarla, in modo che potesse venire in
Italia con me. Purtroppo per lei, conosco molto bene questi
trucchetti, quindi l’ho congedata, lasciandola al prossimo turista pronto ad accontentarla!
Una mattina, a colazione, si sono sedute vicino a me due
donne provenienti dall’Arabia Saudita. Incuriosito, ho chiesto 
cosa ci facessero a Dubai di sabato (giorno festivo in
questi Paesi) e una di loro mi ha risposto che erano lì per
business, aprendo le gambe. Non erano necessarie ulteriori
spiegazioni. Quando si dice “lavorare di sabato”!
Un giorno ero uscito per verificare il calore della giornata e,
mentre ero davanti all’ingresso del mio hotel, ho conosciuto 
una ragazza cinese con un approccio molto particolare.
Dopo avermi toccato il gomito mi ha chiesto: «Mi stavi guardando?» 
Ho risposto prontamente: «Io?». Abbiamo iniziato
così a chiacchierare e le ho detto che mio padre era nato a
Shanghai e abbiamo iniziato a frequentarci.
Come già accennato, negli Emirati ci si sente veramente al
sicuro. Ricordo che per andare a cena in un ristorante nella
zona del mio albergo, uscivo tranquillamente a piedi con il
mio bastone bianco e la mia carta di credito in tasca.
A Dubai ho visitato la Medina che è stata per me una grande
delusione. C’era un non so che di artefatto, un’atmosfera che
non era vera: tutto troppo pulito e ordinato e non si sentivano 
gridare i venditori. La musica era praticamente assente.
Considerata la loro posizione geografica, gli Emirati sono un
buon punto di partenza per visitare i Paesi circostanti.
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Honduras.
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Dopo aver visitato Santo Domingo, avevo deciso che era il momento di mettere piede sulla terraferma e sono partito per l’Honduras.
Questo Paese è molto affascinante. La sua bandiera a cinque
stelle rappresentava gli stati del Centro America che sono
diventati sei dal momento che l’ex Honduras Britannico è
oggi indipendente con il nome di Belize.
Il benvenuto in Honduras mi è stato dato in piena notte,
quando mi sono svegliato di soprassalto nella mia camera
in albergo dopo aver sentito dei colpi molto forti provenire
dalla strada. Il giorno dopo, quando ho fatto visita all’Ambasciata 
Italiana, mi hanno spiegato che in quel periodo c’erano 
alcune bande che si combattevano fra loro proprio nelle
ore notturne! Il benvenuto mi è stato dato “a salve”. Cosa potevo chiedere di più?
Non vedevo l’ora di visitare il centro della capitale quindi
sono uscito presto a piedi dal mio albergo. Così come in
Argentina, in Honduras la distanza stradale viene misurata
in quadras, nient’altro che i nostri incroci.
Tegucigalpa, la capitale hondurena, è davvero incantevole,
con tutte le stradine e i vicoletti che si intersecano fra loro.
Dopo aver preso un piccolo volo interno, sono atterrato
nell’accogliente isola di Roatán (diventata famosa grazie a
L’isola dei famosi). Una volta sistemato nel mio alberghetto,
ho scoperto che da lì non era possibile fare chiamate internazionali 
verso l’Italia se non dalla reception e ad un costo proibitivo.
Caso ha voluto che, tra gli altri ospiti dell’albergo, abbia 
conosciuto un’odontoiatra italiana, collega di mia sorella, con
cui sono ancora oggi in contatto.
Ho avuto anche l’occasione di fare snorkeling, nuotando in
mezzo ai delfini. L’istruttrice era molto preoccupata, ma è
andato tutto benissimo e, anzi, il delfino più piccolo veniva
sempre a nuotare sotto di me. Veramente fantastico! Un’esperienza 
da consigliare a tutti, specialmente a coloro che vanno in vacanza con i bambini.
In questa struttura ho alloggiato diverse volte. Durante le
vacanze pasquali c’è parecchia gente, per essere facilmente
riconosciuti viene dato agli ospiti dell’albergo un braccialetto 
di diversi colori. A me hanno dato quello di colore giallo 
riservato alle persone presentate dall’ambasciata, perché
era stata la segretaria dell’Ambasciatore ad effettuare la mia
prenotazione in quel posto. Questo piccolo Paese mi ha anche 
offerto l’occasione di tenere una conferenza in una delle
università della capitale sull’evoluzione della musica classica europea.
Grazie ai consigli dell’Ambasciatore italiano, ho scoperto
l’esistenza di alcuni siti Maya nel nord del Paese. Ero molto
interessato perché in quel momento la Repubblica con la
bandiera a cinque stelle ospitava delle missioni archeologiche 
provenienti dal Giappone, dagli Stati Uniti e dall’Italia.
In tal modo, sono riuscito ad entrare in contatto con la 
professoressa Antonietta Fugazzola, che dirigeva il gruppo 
italiano al sito delle rovine di Copán. Ho prenotato l’autobus e
sono partito per questa avventura.
Un viaggio in autobus in questi Paesi equivale ad un vero e
proprio viaggio nel tempo: è tutto coloratissimo e con tanta
musica! Ricordo che, ad una fermata in un paesino sperduto, 
è salito a bordo un contadino che ha infilato i suoi polli
nel bagagliaio. E che dire del conducente, che con due mani
si trova a fare mille cose contemporaneamente (staccare i
biglietti, aprire e chiudere le porte, dare informazioni, 
manovrare la radio e mettere dei video per rendere più piacevole il viaggio)?
Una cittadina che mi è particolarmente piaciuta è stata Tela,
nella quale ho fatto amicizia con alcuni albergatori, persone
squisite e assolutamente semplici. L’albergo in cui ho alloggiato 
era in riva al mare, così da poterci andare direttamente 
a piedi. I teleni sono persone estremamente simpatiche e semplici.
Una volta, proprio a Tela, siamo stati sorpresi dalla coda di
un uragano, cose che possono capitare in alcune zone del Centro America.
Purtroppo non sono potuto uscire dall’albergo per ben due giorni.
Dopo la breve permanenza a Tela, ho ripreso il viaggio verso
il famoso sito archeologico. Ho avuto la fortuna di visitarlo
accompagnato dalla professoressa di cui sopra, una splendida guida.
Questa visita al sito Maya mi ha dato l’opportunità di 
pubblicare un interessante articolo nel 2012, quando si parlava della
famosa profezia sulla fine del mondo. In seguito ho saputo
che i turisti pagavano fra i cento e i duecento dollari per 
conoscere questa meraviglia. Durante il mio viaggio, sono poi
stato presentato al Cardinale hondureno, Óscar Rodríguez
Maradiaga, uomo colto e amante della musica (infatti suona
il sax), fra i papabili dell’ultimo conclave. Mi sono reso subito 
conto di essere di fronte ad un uomo di grande spessore e
dalla forte personalità, non per nulla proprio Papa Francesco
gli ha affidato uno dei dicasteri più importanti nella gerarchia vaticana.
In un’altra occasione, sono stato invece ospite in un alberghetto 
di due italiani, che, una sera, mi hanno consigliato
un ristorante di pesce. Mentre mi stavo recando a cena, a
pochi metri dall’albergo, una ragazza mi ha fermato dicendo 
di ricordarsi di me! Mi aveva visto a San Salvador, mentre 
compravo in un mercatino due magliette e due bandiere.
Incredibile! Vista la strana coincidenza, abbiamo deciso di
andare a cena insieme, ma giunto il momento di pagare il
conto… non avevamo soldi a sufficienza! Fortunatamente
il ristoratore (con cui peraltro ho poi fatto amicizia, 
organizzando anche una divertentissima serata in discoteca) si è
fidato della mia parola e il giorno dopo sono tornato da lui per saldare il tutto.
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Belgio.
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Nell’Europa del Nord c’è una città mitteleuropea di una certa 
importanza ovvero Bruxelles. Questo mi ha spinto a fare
un’escursione di un giorno partendo da Parigi.
Il treno TGV è veloce e comodissimo. Ho visitato il centro
della città, pulito e molto bene organizzato per le persone
disabili, con marciapiedi bassi senza dislivelli e i semafori
acustici. Mi avevano detto che erano famose les moules 
(ovvero le cozze) e ho avuto occasione di provarle in un buon ristorante italiano.
In seguito, sono ritornato a Bruxelles con la mia ragazza Mercy: 
ci siamo divertiti molto, anche se faceva molto
freddo. Tutte le sere uscivamo per delle lunghe passeggiate
e andavamo a prendere dell’ottima cioccolata calda in un posticino 
dove eravamo diventati affezionati clienti e avevamo
fatto amicizia con i proprietari. Abbiamo visitato il Museo
della Musica, modernissimo e tecnologico, ma allo stesso
tempo interessante, in cui si può ripercorrere integralmente
l’evoluzione della storia della musica classica. Mi soffermavo
sempre nella parte dove si poteva ascoltare un famoso brano
barocco, perché ne sono un cultore appassionato.
L’albergo era in posizione centralissima, quindi potevamo muoverci senza alcun problema.
Come descrivere quello che è successo l’ultima sera del viaggio? 
Imprudenza, stupidità o cos’altro? Eravamo andati a
cena nella via più turistica della città e, prima di uscire, ho
raccomandato a Mercy di lasciare il suo passaporto in albergo. 
La ragazza però non si faceva convincere facilmente,
quindi siamo usciti con in borsa il passaporto, la carta di
credito e tutto quello che può fare gola ad un delinquente.
Ad un certo, tornando dal bagno, Mercy si era accorta di
non avere più con sé la borsa e qui sono ovviamente iniziati
i problemi, perché una colombiana senza passaporto e visto, non si può muovere in Europa.
Il giorno dopo, sono rientrato in Italia senza Mercy, che è
dovuta rimanere in città per ulteriori sette giorni, al fine di
chiedere il rinnovo del suo documento di viaggio e poter partire.
Onestamente, questa disavventura mi ha lasciato molti dubbi: 
quando, da non vedente, si è la guida di una persona che
ha viaggiato poco, è necessario stare con gli occhi aperti!
Inoltre, se la persona che si accompagna è anche presuntuosa 
e testarda, ci saranno sicuramente altri problemi che non facilitano le cose.
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Nicaragua.
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Sapendo ormai come muovermi nei Paesi del Centro America, 
ho deciso di conoscere anche il Nicaragua. Mentre attendevo 
il mio volo nello scalo di Miami, una coppia si è avvicinata 
per chiedermi se potevo tenere d’occhio le loro valigie
per qualche minuto. Ho risposto loro di sì e quando sono
ritornati, mentre chiacchieravamo, sono rimasti totalmente
sorpresi nello scoprire che sono non vedente. Ricordo che la
signora, girandosi verso il marito, ha esclamato: «Hai capito
a chi abbiamo lasciato le valigie?».
Da Tegucigalpa sono partito con il solito autobus, solo un
po’ più grande, per Managua. Alcuni nicaraguensi mi avevano 
avvisato di stare attento perché in questa città fa molto
caldo! La mia buona stella mi assiste ancora, e durante il
viaggio ho fatto amicizia con una signora che mi ha chiesto
più volte: «Dove vai? In che hotel?». «Veramente non lo so»
ho risposto e lei è rimasta incredula. Io non lo sapevo proprio 
perché i suddetti amici nica (così si chiamano tra loro)
mi avevano indicato due alberghi ma non avevo ancora deciso. 
Arrivato a Managua ho preso un taxi. Alla domanda
«Dove va signore?» ancora non avevo risposta. Il taxista un
po’ sorpreso mi ha rivolto nuovamente la domanda e ho risposto 
che mi avevano suggerito due nomi di hotel, ma uno
non me lo ricordavo. «Mi consigli lei». Arrivato a destinazione 
ho chiesto se ci fosse posto e mi hanno detto che per
quella notte andava bene, l’indomani chissà.
Il Paese è veramente bello. Bisogna però essere un po’ guardinghi: 
se si parla un buon spagnolo è meglio evitare di dire
che si è italiani, perché quando lo sanno i prezzi tendono
miracolosamente a lievitare.
Durante la mia permanenza a Managua, ho conosciuto due
neri che parlavano tra di loro in francese. Inizialmente hanno
mentito dicendo di essere del Ghana, ma ho fatto loro notare 
che in quel Paese africano si parla inglese. I ragazzi, un po’
sorpresi, mi hanno detto di essere camerunensi e, parlando
un po’ del più e del meno, ci siamo dati appuntamento per
bere insieme qualcosa più tardi. Onde evitare rischi inutili,
ho proposto loro di andare in un locale che già conoscevo,
dove la signora italiana che lì lavorava mi avrebbe tenuto d’occhio.
Mentre sorseggiavamo dei drink insieme, questi ragazzi hanno 
iniziato a raccontarmi di quanto fossero bravissimi nel
falsificare banconote, parlandomi di un misterioso liquido
in grado di replicarle perfettamente e mi hanno invitato l’indomani 
a fare la prova. Ovviamente ho fatto finta di essere
interessato e di stare al gioco, ma questo non è il primo 
Paese che ho visitato in Centro America e ormai ho imparato
a riconoscere i piccoli trucchi, prendendo anche tempo per
riflettere sulla prossima mossa. Nonostante mi abbiano chiamato 
più volte dopo quella serata per cercare di convincermi, 
non li ho più incontrati.
La casualità ha voluto che, proprio vicino all’albergo dove
alloggiavo, ci fosse un’associazione di non vedenti. Ho colto
allora l’occasione di visitare anche questo centro, dove ho
conosciuto il presidente e ho fatto amicizia con una delle
ragazze che lavorava lì: Anjelica. Con questa ragazza sono
veramente entrato subito in sintonia: era dolcissima e ci siamo 
incontrati più volte nei giorni a seguire. Lei era poverissima 
e abitava a Granada, la più antica città coloniale delle
Americhe. Giunto per me il momento di ripartire, ci siamo
ripromessi di vederci ancora e ci siamo sempre tenuti in 
contatto telefonicamente.
Insomma, con Anjelica era iniziata una bella storia d’amore.
Era una persona molto interessante: lavorava come giornalista 
freelance, era sempre coinvolta dai discorsi che facevamo
e aveva anche una certa cultura.
Dopo il mio primo viaggio sono tornato in Nicaragua altre
tre volte. In un’occasione, mi sono però accorto che in Anjelica 
c’era qualcosa che non andava. Parlando, ho piano piano
capito che la ragazza si vergognava della sua povertà: temeva
addirittura di farmi conoscere la sua famiglia. Si vergognava
di portarmi a casa sua perché troppo povera e i servizi igienici 
erano minimi. Con molta calma e tranquillità, sono riuscito 
a farle capire che a me tutto ciò non interessava e che il
mio unico interesse era lei come persona.
Insieme abbiamo visitato il lago di Managua e le sue isolette
(sono tutte visitabili, tranne alcune private, di proprietà di
alcuni ricchi abitanti): è stato molto romantico. In una prova 
di convivenza, abbiamo poi trascorso alcuni giorni sul
Pacifico, per meglio capire se eravamo effettivamente fatti
l’uno per l’altra. In quell’occasione mentre facevo il bagno
nell’oceano sono stato toccato da una medusa. Ricordo di
essere uscito velocemente dall’acqua urlando dal bruciore
alla gamba destra, ma fortunatamente c’era con me Anjelica
che mi ha messo una provvidenziale borsa di ghiaccio sul
punto dolorante.
Ogni volta che rientravo in Italia ero felicissimo, soprattutto 
dopo il terzo viaggio, perché sembrava veramente che si
stessero concretizzando i presupposti per una vita di coppia.
Dopo averle anche dato un aiuto per una piccola operazione
di correzione del visus, mancando pochi giorni al mio ritorno 
a Managua, avevo già la valigia pronta per portare in Italia
con me la mia amata, ma ho ricevuto una e-mail, in cui lei mi
diceva che non ci eravamo capiti bene: lei era fidanzata con
un ragazzo del luogo con cui intendeva andare a vivere, il
quale peraltro mi era stato presentato ad una cena. Che bella
sorpresa per le vacanze di Natale!
È stata una grande delusione!
Tornando al Nicaragua, ricordo che mi trovavo proprio lì
quando è morto il grande Papa Giovanni Paolo secondo nel 2005.
Non guardavo tutti i giorni la televisione, quindi non ero
aggiornato sugli avvenimenti, ma un giorno ho casualmente
sentito il commento da piazza S. Pietro e subito dopo è stata
inquadrata una bara. L’emozione per me è stata veramente
forte, perché anni prima mi era capitato di essere stato 
abbracciato proprio da lui a Padova. Ho chiamato subito la
redazione dell’Osservatore Romano per la conferma e ho
chiesto ad un amico di inviarmi gentilmente due copie degli
speciali per il mio archivio personale.
Un giorno, per rilassarmi, la padrona dell’albergo (con la
quale ero ormai in confidenza) mi ha permesso di salire a
casa sua e di suonare un po’ il suo pianoforte. In quell’occasione, 
ho fatto amicizia con la domestica che lavorava lì, una
signora che manteneva da sola la sua famiglia di ben quattro
figli, perché il marito era disoccupato. Abbiamo iniziato a
vederci tutti i giorni e mi ha presentato anche sua nonna, una
signora non vedente.
Quando sono andato via dal Nicaragua, ero davvero molto
triste perché avevo l’impressione che qualcosa si fosse perso
per sempre!
In ogni caso, conservo dei bellissimi ricordi di questo Paese
che, per fortuna, non è ancora diventato turistico e quindi mantiene delle zone assolutamente incontaminate.
...
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...   
El Salvador.
...
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Quando ero a Tegucigalpa (in Honduras) avevo conosciuto
una dottoressa, entrando subito in sintonia con lei. Anche
se non è un argomento usuale per un primo approccio, avevamo 
iniziato un piacevolissimo nonché profondo discorso
relativo alle nostre esperienze personali sugli Angeli. Prima
di salutarci, ci eravamo scambiati i numeri di telefono, 
ripromettendoci di vederci una prossima volta nel suo Paese: El
Salvador.
Nel 2006 ho deciso di andare a casa sua. Il viaggio è stata
una vera e propria avventura: mi sono imbarcato per Miami, 
facendo scalo a Madrid, ma arrivato negli Stati Uniti ho
scoperto che avevo perso la coincidenza per San Salvador. Il
prossimo volo era il giorno seguente alle dodici. Cercando di
mantenere la calma, ho chiesto una soluzione alternativa ad
una hostess. Dopo una lunga ricerca al computer, la ragazza
mi ha proposto di prendere immediatamente un volo per
Los Angeles e quindi imbarcarmi subito per San Salvador.
Così ho fatto. Arrivato a destinazione alle sei del mattino,
fortunatamente la mia amica mi stava aspettando in aeroporto 
e, stanco morto, mi sono addormentato non appena mi
sono sdraiato sul letto.
Insomma, anche questa volta ho preso il toro per le corna:
quando si tratta di viaggiare, non mi ferma nessuno!
Nel mio primo giorno a San Salvador, ricordo di aver visitato 
la più brutta cattedrale dell’America Latina, di uno stile
moderno e insignificante. Ho però avuto la fortuna di incontrare 
un ragazzo molto gentile che mi ha spiegato la storia
di quella costruzione, in cui è sepolto Monsignor Romero
(proclamato beato fra molte polemiche). Mi sono fermato
dinanzi alla sua tomba e devo ammettere che effettivamente
è stata un’emozione forte. Così come in tutti i miei viaggi,
anche a San Salvador ho trovato il mio ristorantino italiano
di fiducia: un locale in pieno centro dove facevano 
dell’ottimo pesce fresco.
Approfittando dell’occasione, ho visitato la costa del Paese
affacciata sul Pacifico. Ho alloggiato in un albergo vicino al
mare che era davvero distante dal centro abitato: addirittura,
una sera ho chiesto una bottiglia di acqua ma non c’era, perché 
bisognava aspettare che il camion facesse la consegna la
mattina seguente.
Durante il mio soggiorno sul Pacifico ho ovviamente fatto
numerosi bagni. In una circostanza, prima di entrare nell’oceano, 
ho chiesto ad alcuni ragazzi vicino a me di avvisarmi
qualora il mare mi stesse trascinando al largo. Come però
spesso accade, non si sono accorti che fossi non vedente.
Quella volta me la sono vista veramente brutta! Pur essendo
un buon nuotatore, era come se la sabbia mi scivolasse sotto
i piedi e non avevo alcuna presa. Per di più, sono stato travolto 
da due onde, a causa delle quali sono stato parecchio
tempo sott’acqua. Fortunatamente un’altra onda mi ha poi
sbattuto letteralmente verso la riva e, con il cuore a mille,
sono riuscito ad uscire dall’acqua.
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Colombia.
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...
Quando visiti per la prima volta uno Stato del Sud America 
ti senti spaesato, è tutto un altro mondo! Non a caso
Dvorák scrisse la Sinfonia Dal Nuovo Mondo. Se non vuoi fare
il turista e cerchi di conoscere le persone per carpirne 
informazioni utili e approfondire eventualmente le conoscenze,
devi prestare attenzione in primo luogo ad alcuni aspetti che
questa zona mette in vetrina. Spesso queste variabili sono
effimere e ingannevoli per l’Europeo che va al descubrimiento
delle usanze di questo popolo così intrigante e colorato.
A tal proposito, mi avevano parlato molto, e nei modi più
disparati, della Colombia.
«E allora ci vado!» mi dissi nel 2006. «Riservare l’albergo?
Non se ne parla! Dall’Italia costa troppo e poi Bogotà è
grande più del doppio di Roma e troverò sicuramente una
sistemazione». Preso il volo e chiuse le valigie mi dirigo
all’aeroporto assolutamente tranquillo e anche mamma mi
saluta con un colpetto sulla spalla dicendo: «Tanto lo so che
lo troverai subito! Chiamami quando ti sei sistemato tra due
giorni». Si vede che mi conosceva bene!
Se ci sono Paesi dove non esiste il razzismo sono proprio
quelli dell’America Latina: non è insolito, ad esempio, 
incontrare, nel parco Simón Bolívar una famiglia multicolore.
Questo puzzle di colori, ritmi e suoni, di giochi e varie 
vocalità, stimola l’attenzione del turista osservatore. Nel parco
si va anche per un intervallo ludico a fare volare gli aquiloni, 
detti dai colombiani cometas, come si faceva una volta da
bambini. Da qui lo spirito libre, come direbbe un colombiano, 
ovvero lo spirito aperto ad affrontare anche le situazioni
più ostiche con un pizzico d’ironia e una vena positiva per
superare le difficoltà.
Arrivato a Bogotà ho preso un taxi per l’albergo che mi avevano 
suggerito in volo, ma il tassista mi ha consigliato un
hotel diverso e meno caro dell’altro.
Al mattino domando se c’è una cassetta di sicurezza per riporre 
il passaporto e altre cose strettamente necessarie ma,
sorpresa!, mi invitano a lasciare tutto in camera che ci 
avrebbero pensato loro a pulire… Decido di prendere un taxi che
mi porti all’ambasciata italiana, portandomi dietro i valori.
Al mio arrivo, davanti la porta principale, mi viene domandato 
dal carabiniere: «Problemi?».
«No, per fortuna, ma mi fa entrare, per favore? Sono un non
vedente e vorrei parlare con la segretaria dell’Ambasciatore».
Dopo una breve attesa arriva un signore distinto e credendo
si trattasse di un funzionario, chiedo: «Ci possiamo dare del
tu?». Ma lui non risponde e la seconda volta capisco: è proprio
l’Ambasciatore in persona che si è venuto a rendere conto di
questa strana visita. Mi tratta con cordialità e cortesia, ma mi
rivolge una domanda fra il sorpreso e il preoccupato: «Ma che
cazzo c’è venuto a fare lei in Colombia?». Tranquillamente
rispondo che non si sarebbe dovuto preoccupare per me e
che non ci sarebbe stato alcun problema! Non devo averlo
subito convinto perché mi domanda: «Ma dove è alloggiato?».
«Veramente sono andato via dall’albergo perché non ero
molto sicuro» e poco dopo mi trova lui un alberghetto tre
stelle, pulito, vicino all’ambasciata.
Le prime cose che ho visitato a Bogotà (dopo essermi abituato 
all’altitudine, che da queste parti gioca brutti scherzi
agli stranieri) sono stati il Museo dell’oro e il Museo Nacional, 
di cui avevo molto sentito parlare: qui si trova una ricca
collezione di strumenti musicali delle civiltà precolombiane.
Ero andato in Colombia per il mio compleanno e l’Ambasciatore, 
molto cordialmente, mi aveva invitato nella sua residenza 
per presentarmi l’addetta culturale italiana, in modo
da verificare se ci fossero delle opportunità collaborative con
l’Istituto Italiano di Cultura. Mi ha regalato anche la bandiera
ufficiale colombiana con lo scudo ricamato, cui tengo moltissimo.
La Colombia è grande più di tre milioni di kmq e da qui si
possono raggiungere praticamente tutti i Paesi del Sud America.
Sono stato invitato ad una festa con un altro italiano e un
gruppo di colombiani. La coca esiste solo nella fantasia degli
italiani, perché come mi ha detto una volta un colombiano:
«Noi non la consumiamo, ma la vendiamo a quegli stupidi
degli americani e degli europei che ne fanno uso». In questa
occasione ho conosciuto Lucia e con lei siamo andati nel
nord della Colombia che non avevo ancora visitato: nella
regione pressoché incontaminata di La Guajira, ai confini del
Venezuela, dove c’è un mare stupendo e sei solo con la naturaleza. 
Sono stato con lei due giorni a Riohacha, capoluogo
della regione. Quindi, da solo, sono andato in un’altra zona
di questa provincia sempreverde. Arrivato a Maicao, ho trovato 
posto solo in un bungalow rigorosamente aperto. Sono
rimasto lì per una settimana e non dimenticherò mai le persone 
e il pesce nonché il mare bellissimo che ho conosciuto:
forse un mare così fantastico non lo avevo mai visto! Ero
incuriosito dal fatto che in questa regione si possono mangiare 
anche le tartarughe, ma gli abitanti mi hanno spiegato
che non era quello il periodo per gustare questa specialità.
Tornato a Bogotà, avevo già la valigia pronta per ripartire
con l’altra amica, che avevo conosciuto alla festa, verso Cartagena, 
città affacciata sull’Atlantico. Abbiamo trascorso alcuni 
giorni di relax e ci tengo a ribadire come sia un peccato
che questo Paese venga da noi frettolosamente archiviato
meramente come terra dei narcos.
Un giorno, con l’Ambasciatore e la sua scorta, sono andato
nella parte di Bogotà che è veramente ai limiti: quella 
poverissima dove le case sono tirate su con un po’ di calce e il
tetto è spesso di lamiera e paglia. Qui c’è un centro tenuto da
un padre veneto che si impegna da anni proprio nell’aiutare 
gli ultimi. Padre Dino è l’accoglienza personificata. In un
ambiente estremo di emarginazione sociale, lì dove le bande
si affrontano e si uccidono per niente, dove i furti, anche di
oggetti di nessun valore, sono all’ordine del giorno, il sacerdote 
è riuscito a realizzare un piccolo ambulatorio, una scuola 
di cucito per le donne e una scuola per i bambini poveri,
togliendoli dalla strada. Con i pochi mezzi che possiede ha
creato delle attività lavorative e una certa stabilità in questa
zona dimenticata.
Chiacchierando con l’Ambasciatore mi è venuta l’idea di visitare 
anche l’isola di San Andrés, che si trova a nord del
Paese andino, vicino all’isola di Providencia, rivendicate 
entrambe dal Nicaragua. Così sono partito anche questa volta
per un’escursione che non è stata tanto difficile ma che mi ha
regalato dei giorni molto rilassanti e la conoscenza con una
coppia di italiani con cui sono rimasto in contatto fino ad
ora. L’isola era bellissima, io ero veramente in pieno relax e
in un alberghetto che dista poco da tutto. Per cui ho potuto
girare tutto a piedi. Da un lato il mare era più bello ma anche
un po’ pericoloso, mentre dall’altra era meno spettacolare
ma più calmo e ci si poteva bagnare senza rischi.
In quei giorni ho conosciuto anche un altro connazionale
con cui sono andato spesso in giro per l’isola. Una sera ho
anche comprato, da alcuni libanesi che abitavano lì, una radio, 
trattando in arabo sul prezzo. In Colombia c’era una
comunità di arabi insediata in alcune località principali e la
maggior parte erano libanesi.
Un pomeriggio, uscendo dall’albergo, ho incontrato una
coppia in vacanza per pochi giorni. Il ragazzo voleva comprare 
uno smeraldo per la moglie e abbiamo iniziamo a girare insieme 
per i negozi dell’isola. Soppesandole in mano
posso sapere il prezzo che poi risulterà dalla bilancia elettronica 
e, di solito, ci azzecco quasi al millesimo. Ma il problema 
era quello di non comprare a caro prezzo un pezzo di
plastica! Sono riuscito infine a convincerli a desistere perché
la cosa era molto pericolosa. Mi hanno poi spiegato che ci
sono tre passaggi: l’acquisto direttamente dagli esmeralderos
ad un prezzo basso, in un mercato dove si vende di tutto in
una zona popolare di Bogotà ma senza troppe garanzie, il
negozietto che ti rilascia anche il certificato e le boutique che
si trovano nella zona più tranquilla della città, dove appunto
il prezzo triplica. Ho avuto successivamente esperienza diretta 
di questi acquisti quando ero accompagnato dalla mia
ragazza Mercy che mi ha spiegato come riconoscere queste
pietre preziose.
Una delle prime volte che ero stato in Colombia avevo preso
appuntamento proprio con Mercy. Lei era partita per Santa
Marta lungo la costa Atlantica Colombiana e io l’ho raggiunta. 
Conosceva bene sia la Sierra che la città propriamente
detta. Avevamo preso un alberghetto in riva al mare e ogni
sera ricordo ci sedevamo di fronte alle onde, per chiacchierare 
un po’ di tutto e per fare passeggiate sotto la luna nelle
notti delle Perseidi. La città era meno movimentata di Cartagena, 
ma offriva un relax completo, non essendo congestionata 
o pericolosa come l’altra.
Ricordo di esserci tornato diverse volte e di avere anche 
affittato una casetta sulla spiaggia che ci consentiva maggior
libertà a minor prezzo. Una delle ultime volte, mi ha fatto 
anche visitare l’interno della regione che è prossima alla
Guayrá, già visitata in precedenza. Abbiamo fatto una breve
escursione in un paesino caratteristico: il pueblito paisa, ormai
turisticizzato, ma che conserva intatte alcune costruzioni 
tipicamente rurali proprie di questi luoghi.
Senza tema di smentita, devo dire che qui non si sente 
assolutamente la mancanza di tutto ciò che ci circonda ogni 
giorno e non si vive con quella frenesia tipica delle città d’oggi.
Ma tornando a Bogotà, non mancano gli aneddoti divertenti
e pericolosi.
Con la mia ragazza eravamo soliti fare un giro, dopo cena,
e tornare fino all’alberghetto a piedi. Ma una sera abbiamo
deciso di andare al cinema; per la verità la mia compagna
non era molto convinta, credeva mi sarei annoiato. Per me,
invece, tutto è interessante. Terminata la pellicola, abbiamo
mangiato una pizza velocemente e ci siamo incamminati verso 
il nostro albergo. Improvvisamente mi sono accorto che
Mercy ha cambiato strada e repentinamente aumentato l’andatura. 
«Che c’è?» le ho chiesto. «Ho visto due ragazzi che
ci hanno puntato e stanno confabulando per derubarci ma
li abbiamo seminati». Avevo realizzato subito che qualcosa
non andasse, ma tutto questo non mi ha mai impressionato,
anzi ho notato un cambiamento dei colombiani che sono
diventati più aperti dalla prima visita che ho fatto a Bogotà.
Avevo fatto amicizia con l’Ambasciatore. Una domenica, mi
ha chiamato in albergo dicendo: «Professore, se oggi non ha
di meglio da fare, potrei passare a prenderla per fare un giro
al parco Simón Bolívar».
Ho subito accettato e, appena salito in macchina, mi ha confidato: 
«Le dico un segreto. Ho seminato la scorta perché
voglio passare una giornata in libertà. Mi raccomando, non
dica niente a nessuno!».
«Non si preoccupi!» ho risposto. «Lei conosce un posticino
un po’ riservato dove si possa mangiare qualcosa assieme?».
«Certamente! Ho un amico napoletano che fa un’ottima
pizza e se vuole dopo il giro ci potremo andare». Detto
fatto. Ricordo che tutto era andato secondo i nostri piani,
purtroppo ci sono sempre gli spioni!: l’ultimo giorno mi è
venuta a prendere la macchina dell’ambasciata per andare
all’aeroporto. Mentre stavamo chiacchierando tranquillamente, 
l’autista mi ha domandato: «Ma è vero che domenica
sei andato a fare un giro al parco?» Io naturalmente ho negato, 
ma quello insiste: «Lo so, perché la scorta francese vi
ha visti e ce l’hanno detto». Arrivato a casa, ho inviato subito 
una e-mail dal titolo: ci hanno scoperti! Insomma non ci
sono voluti due anni come per monsieur le President Hollande.
Successivamente ho conosciuto in un ristorante Victor che
via via mi ha presentato tutta la sua famiglia, comprese figlie
e anche sua madre, una vecchietta arzilla e molto simpatica.
Un giorno mi ha detto che aveva il brevetto da pilota e che
possedeva un ultraleggero. La voglia di fare un volo sulle
vallate circostanti la capitale colombiana, era sempre più forte. 
Ci siamo quindi messi d’accordo per questa esperienza
veramente entusiasmante. Non mi era stato detto di portare
un documento di riconoscimento ed eravamo in un aeroporto militare. Fortunatamente abbiamo telefonato all’albergo che ci ha inviato una copia del mio documento. Sono quindi
partito con Victor per un volo veramente unico. Abbiamo
volato sopra Bogotà e sulle vallate che la circondano, era con
noi anche un fotografo guatemalteco che ha scattato diverse
foto, alcune delle quali conservo ancora.
In un’altra occasione, con Mercy, abbiamo iniziato a progettare 
un viaggio in Amazzonia, avete capito bene, l’Amazzonia colombiana 
che si trova al confine con l’Ecuador e il Brasile. 
La ragazza infatti ama la natura, e me lo ha dimostrato in
più di un’occasione, insistendo perché andassimo a pernottare 
in un alberghetto con la natura a portata di mano. Quindi 
mi informo come sempre con l’agenzia a Bogotà e tratto
un prezzo che includa la guida e un percorso. Non posso
dimenticare la tranquillità di quelle giornate, in cui eravamo
immersi in una foresta sempreverde e a tratti rigogliosissima.
La proprietaria dell’alberghetto ci offriva a colazione l’uovo
fresco. È proprio il caso di dire, meglio un uovo oggi! Lo bevevo 
crudo con un po’ di limone come facevo da bambino,
perché ero sicuro di prendere un prodotto naturale. In una
delle escursioni in barca sul Rio siamo scivolati lungo questa 
via e senza accorgerci, siamo arrivati alla frontiera con il
Brasile. Abbiamo anche incontrato i delfini rosa, specie rara
da vedere, e anche un’imbarcazione in difficoltà che è stata
aiutata dal nostro marinaio, senza troppe spiegazioni. Anche
le escursioni a piedi, lungo un sentiero completamente verde, 
dove ad un certo punto non si vedeva più la luce del sole
tanto era fitta la vegetazione, sono state un’esperienza 
indimenticabile. Camminavamo in fila indiana perché il percorso
era molto impervio e con la guida che ci precedeva, mentre
Mercy dava una mano dietro a me per cercare di superare le
radici sporgenti. Ho anche avuto l’ebbrezza di essere salito
su una piattaforma in mezzo alla foresta, organizzata per i
turisti. Io son salito con una specie di ascensore aperto e
tirato su con una sorta di carrucola, Mercy arrampicandosi
su una liana flessibilissima ma molto resistente. Da lì si 
poteva godere uno spettacolo veramente bellissimo e che se
non hai un po’ di spirito d’avventura lo puoi vedere solo alla televisione.
Nella capitale colombiana ho avute tante avventure con i
tassisti. Ricordo bene, quando davo le mie conferenze o i 
seminari all’Università Cattolica, avevo bisogno di un taxi, ma
spesso questi conducenti credevano di dover accompagnare
un turista. Alcune volte mi ritrovavo a girare, ma, mi ero già
preparato il denaro sufficiente per pagare la corsa.
Per verificare con che persona avessi a che fare chiedevo se 
sapesse identificare la mia nazionalità, e naturalmente imitavo un
altro accento. Così accadeva che potevo dire al conducente:
«Se indovini ti pagherò la corsa, altrimenti mi porti gratis».
Spesso è capitato che qualcuno si sia fermato improvvisamente, 
allora ero costretto a spiegare che era un gioco e comunque avrei pagato.
Non posso dimenticare nemmeno quella volta che, oramai
pratico della capitale colombiana, avevo bisogno di un taxi
e l’albergo me l’ha chiamato immediatamente. Dopo pochi
minuti arriva il mio taxi, ma «No, no», dice il tassista al 
guardiano, «No no! Questo non lo prendo!». Il ragazzo un po’
sorpreso ha domandato il perché. «Perché lui conosce tutti i
prezzi!» E ho dovuto chiamare davvero un altro taxi!
Con la mia ragazza sono stato inoltre a visitare la vera Colombia, 
ossia Medellin, città famosa per il cartello dei narcos
nonché per Escobar, il quale ha comunque fatto molto per
la sua città (ad esempio ha fatto costruire l’unica metropolitana 
della Colombia, nonché i caffè con piernas, nei quali si
incontrano ragazze molto belle e vestite in modo succinto
che servono con grazia e con un sorriso spensierato). In quel
fine settimana ci siamo divertiti molto.
In un’occasione, grazie al Direttore dell’Istituto Italiano di
Cultura ho saputo che a Bogotà stavano organizzando un
avvenimento di un certo rilievo. Era infatti stato invitato
uno dei nostri più famosi cantautori: Claudio Baglioni, che
avrebbe tenuto un concerto in teatro. Grazie ai miei contatti,
sono riuscito a farmi invitare alla conferenza stampa tenuta
prima del concerto: Claudio cercava di parlare in spagnolo e
noi giornalisti naturalmente ponevamo le domande in spagnolo, 
fino a che ci siamo accorti che tutti potevamo parlare
tranquillamente in italiano! Claudio ha esclamato: «Sembria-
mo una gabbia di matti!». Che dire, l’estro del musicista. Ho
quindi partecipato al concerto con la mia ragazza Mercy e
la sua amica Josy, innamoratissima del cantante. Al termine,
sono andato dietro le quinte e Claudio si è dimostrato cortese 
e gentile anche con le mie amiche, sue fan.
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Cile.
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La Colombia è un ottimo punto di partenza per visitare le
nazioni circostanti. Così son partito per la striscia di terra
che costeggia il Pacifico nell’America meridionale, purtroppo 
spesso soggetta a terremoti anche molto violenti, poiché
si trova in un punto dove due placche spingono l’una contro
l’altra. Questa nazione è il Cile.
Il primo contatto con alcuni musicisti cileni molto conosciuti, 
gli Inti-Illimani, l’avevo avuto per caso ad una festa dell’Unità. 
Volevo conoscere gli strumenti tipici del loro Paese e,
in uno spagnolo maccheronico, avevo chiesto informazioni
sul charango. Mi era stato allora spiegato che tale strumento a
corde ha un’importanza determinante nella musica andina e
sono rimasto ad ascoltare il concerto di questi musicisti.
Il Cile, fra i Paesi dell’America Latina, è quello che più si
avvicina alla cultura europea. I cileni sono sì affabili come
negli altri stati, ma trasmettono una certa freddezza comunicativa. 
Anche in questa circostanza, però, ho avuto fortuna: 
in ambasciata mi hanno presentato un ex autista che mi
ha fornito preziose informazioni per visitare Santiago. In tal
modo, ho potuto conoscerne la parte turistica e anche quella più autentica.
Sono stato invitato ai “café con piernas” (simili a quelli colombiani), 
dove si viene serviti da ragazze universitarie che
portano una gonna cortissima, ma che non hanno nulla a
che fare con la prostituzione. Sono molto veloci e intelligenti: 
non possono uscire con il cliente proprio per non dare
adito a problemi e perdere un posto di lavoro che, in America 
Latina, non è facile da mantenere. In questo modo, si
pagano gli studi universitari e ottengono l’indipendenza.
La capitale cilena è una città ben organizzata con le strade simili 
a quelle argentine, ovvero grandi arterie principali pulite,
larghe e ben collegate. Avevo già visitato alcuni deserti, ma
non nell’emisfero australe. Mi sono allora organizzato con
un’agenzia locale per visitare il deserto di Atacama.
A San Pedro de Atacama l’escursione termica è molto grande e di notte fa veramente freddo.
Ho partecipato a tre escursioni: in una di queste, durante il
tramonto in pieno deserto, ho percepito una cosa indefinibile 
capitatami in pochissimi luoghi, ovvero la bellezza delle
sfumature e dei colori che deve avere un tramonto che si staglia 
all’orizzonte in questo luogo così inospitale, scelto per
puntare uno dei più potenti telescopi verso l’infinito.
Una mattina mi sono recato al mercatino di San Pedro, poiché 
ero alla ricerca di uno strumento molto particolare, tipico 
di queste zone. Lì ho trovato dei corni tipici del luogo,
fatti in terracotta, molto grandi e poco pratici da trasportare
in valigia. Ho quindi dovuto soprassedere all’acquisto. Nel
mercatino, ben ordinato, si possono vedere anche indumenti
di tutti i tipi e dai colori vivaci, come il carattere della gente al confine tra Cile e Bolivia.
Arrivato ad un banco ho chiesto alle venditrici se i maglioni
che esponevano sulle loro bancarelle fossero di pura alpaca.
Mi hanno assicurato di sì ma, toccandolo, ho capito che c’era
lana di alpaca… ma al settanta, massimo ottanta per cento!
Quando l’ho fatto notare alle negozianti una mi ha pregato: «Zitto che ci sono i turisti!».
Ho sempre con me nei miei viaggi il mio registratore professionale, 
magari per un’intervista. Arrivato all’aeroporto di
partenza per Bogotà, al controllo bagagli, mi sono accorto
che mancava qualcosa: proprio il mio registratore! Menomale 
che rientrato in Colombia, il mio amico Ambasciatore, con
una telefonata informativa, ha rintracciato senza problemi il
mio alberghetto e in breve sono riuscito a riavere questo che per me è un prezioso strumento di lavoro.
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Ecuador.
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Come già accennato, la Colombia è un ottimo punto di partenza 
per poter visitare i Paesi circostanti. Dopo averne molto 
sentito parlare, avevo deciso di intraprendere un viaggio per conoscere l’Ecuador.
Avevo prenotato un hotel in una zona centrale di Quito. In
uno dei primi giorni, in giro per la capitale, ho avuto problemi 
nel ritrovare l’hotel. Ho chiesto informazione ad un
signore molto gentile che mi ha indicato l’albergo, proprio
poco distante da noi. Quando ha saputo che non ci vedevo
mi ha accompagnato fino all’entrata.
Anche questa volta ho avuto fortuna e ho incontrato un tassista 
che faceva al caso mio! Era un maestro di scuola in pensione 
che si guadagnava da vivere accompagnando i turisti.
Il secondo giorno mi ha proposto due opzioni interessanti:
una più turistica e una particolare al Museo del centro del
Mondo. E non ho avuto dubbi. Una cosa curiosa, no? In
questo museo mi hanno fatto fare tre esperimenti: in uno di
questi era possibile osservare che, nel versare dell’acqua in
un catino nell’emisfero boreale, questa girava in senso orario,
mentre a due metri di distanza, oltrepassata la linea dell’e-
quatore e trovandosi nell’emisfero australe, l’acqua scendeva
in senso antiorario; nel punto esatto della linea dell’equatore,
invece, l’acqua versata cadeva perpendicolarmente.
Nella mia seconda visita a Quito, sono venuto a sapere che
l’ex Presidente, Rafael Correa, era solito prendere le decisioni 
più importanti consultandosi con un gruppo di sciamani
che vivono a pochi chilometri dalla capitale. Ormai il tassista 
dell’hotel mi conosce e gli chiedo di andare a visitare un
posto poco noto ai turisti. Arriviamo quindi in un mercatino 
dove, guarda caso, ho trovato proprio una statuetta di
uno sciamano, sicuramente di buon auspicio. Infatti, dopo
pochi chilometri, arrivati in un piccolo villaggio il tassista
ha chiamato un ragazzo chiedendogli dove abiti lo sciamano. 
L’ecuadoriano, salito sulla sua bici, ci ha accompagnato
dritti proprio da uno dei capi che mi riceve con cortesia,
offrendomi un matè de coca e raccontandomi alcuni segreti,
spiegandomi i loro rituali. Insomma, non credevo di avere
così tanta fortuna in poco tempo. Mi piacerebbe ritornare
in questa parte del mondo da osservatore per partecipare ad
uno di questi rituali magici che richiamano la nostra cultura
ancestrale e che qui sono conservati gelosamente.
Dell’Ecuador non posso dimenticare la mia breve permanenza 
a Cuenca, cittadina situata all’interno del Paese andino, 
dove come spesso accade in America Latina non sono
mancate le sorprese. Sono arrivato lì nel periodo di fine
anno e, nonostante avessi un’escursione organizzata il primo
dell’anno, il tassista non si è presentato per accompagnarmi.
Me lo sarei dovuto immaginare che dopo il veglione non si
sarebbe presentato, visto che io stesso, per ritornare in albergo 
dal ristorante dove avevo cenato, avevo dovuto stare
attento a tutto quello che pioveva dalle finestre.
Sono poi tornato a Quito un’ultima volta con la mia ragazza
Mercy: abbiamo trascorso qualche giorno in un alberghetto
al mare, vicinissimo alla spiaggia, dove abbiamo provato l’esperienza del parasailing.
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Cina.
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Per anni ho avuto il desiderio di visitare l’Impero Celeste.
Tale curiosità era in parte dettata dalla storia della mia famiglia: 
mio nonno, dopo aver imparato l’inglese agli inizi del
Novecento per corrispondenza, era partito per Manila ed era
stato un vero pioniere in queste terre lontane. Dopo essersi
sposato con mia nonna, una filippina di origine spagnola,
aveva lavorato per la costruzione di quella che oggi è senza
dubbio la città più moderna e il primo polo finanziario della
Cina: Shanghai, città in cui è nato mio padre.
La Cina ha veramente molte cose da offrire e una storia affascinante, 
da una passeggiata di pochi giorni per il turista
curioso ad un itinerario più lungo che comprende luoghi
poco conosciuti. Questa nazione coniuga in modo unico la
fusione tra il passato imperiale e l’evoluzione della grande
potenza in vertiginosa ascesa.
Sono partito alla fine di luglio 2007. Una sera, a Pechino,
volevo andare in taxi a mangiare qualcosa fuori dall’albergo. 
Arrivati a ridosso di piazza Tienanmen, però, uno schieramento 
massiccio di polizia ci impediva di proseguire. La
verità sull’accaduto l’ho scoperta il giorno successivo: era il
sette agosto e si stavano svolgendo, in gran segreto, le prove
generali per quella che sarebbe stata la scintillante inaugurazione 
delle olimpiadi di Pechino dell’anno successivo. Per
questo motivo i preparativi dovevano rimanere celati a tutti,
soprattutto ai turisti!
Una delle esperienze che ricordo meglio è la visita alla Città
Proibita: mentre la guida ci spiegava le varie dinastie, io rimanevo 
estasiato e il silenzio lasciava spazio a riflessioni spesso fantastiche.
In questo grande stato dell’Asia, ciò che colpisce è il contrasto 
fra i centri metropolitani, ad esempio Pechino, e le aree
rurali, dove c’è ancora una povertà estrema. Ricordo che un
giorno, mentre eravamo a pranzo, la guida ci ha raccomandato 
di bere acqua minerale, mentre la popolazione locale
lavava le stoviglie e i panni in un fiume molto inquinato e,
naturalmente, ne beveva l’acqua senza farsi troppi problemi.
Durante la visita a Shanghai abbiamo visitato la parte più
vecchia della città, proprio quella che mio nonno aveva 
contribuito a costruire. Non avevo assolutamente voglia 
di parlare, perché riflettevo su come dovesse essere diversa 
allora, mentre oggi è presidiata da grattacieli di minimo venti piani,
tra cui troneggia il centralissimo e maestoso Palazzo della
Borsa, simbolo dello sviluppo economico cinese. Ricordo
di avere anche visitato il mercato tipico, dove si vendono
anche quelli che forse in futuro diventeranno il cibo di tutta
l’umanità affamata: scorpioni e altri insetti. È stato indimenticabile 
vedere l’esercito di terracotta, veramente imponente
e da lasciarti senza parole. Per non parlare, poi, della Grande
Muraglia costruita con i mezzi umani dell’epoca, di una lunghezza 
incredibile per allora. Ne rimangono oggi solo alcuni
tratti ma bastano a dare l’idea della grandiosità della struttura. 
Si discute in Italia di grandi opere e vorrei sapere quali sarebbero!
Altra città, che si trova nel sud della Cina, è Canton. Ho avuto 
la fortuna di essere invitato a cena dal vice-console in un
ristorante cinese poco conosciuto, dove ho potuto assaggiare la vera cucina cantonese.
Infine, ho visitato anche una delle città più tecnologiche e
avveniristiche dell’Asia: Hong Kong. In questa importante
megalopoli, punto d’incontro e di affari, ciò che colpisce è la
perfetta organizzazione di tutte le attività e la magnificenza
dei grattaceli. In hotel mi era stato riservato un trattamento
di favore, poiché mi era stata assegnata una camera spaziosa
dedicata ai portatori di handicap, quindi completamente attrezzata e accessibile.
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Perù.
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Sono stato in Perù due volte e in contesti completamente
diversi: mentre la prima visita mi ha fatto scoprire solamente
la capitale Lima e il lago più alto del mondo (il Titicaca), la
seconda volta invece ho organizzato con Mercy un vero giro
turistico e culturale.
Durante la mia prima esplorazione, non posso dimenticare
quando, una mattina appena sveglio, ho sentito una forte
scossa di terremoto. In questi casi non si può fare molto,
quindi ho acceso la televisione e ho ascoltato in diretta la
descrizione della scossa. Nel mio albergo, invece, regnava il
panico: la gente era scesa di corsa per le scale, cosa assolutamente 
da evitare perché, come è noto, sono proprio queste strutture a cadere per prime.
Nel primo viaggio, ho girato praticamente tutte le botteghe
dove era esposto l’artigianato locale e dove si poteva gustare
un buon matè. Come sempre ero partito dal mio alberghetto
con un taxi che mi aveva assicurato di venirmi a riprendere
successivamente, quindi non avevo pagato la corsa. Dopo
aver girato il mercatino il tassista non è arrivato, così sono
stato costretto a fermare un’altra macchina per ritornare alla
base. Cercavo fra l’altro un maglione di lana di alpaca e uno
di lana morbida. Sono riuscito a trovarli entrambi e uno lo
indosso ancora adesso con i suoi colori che mi ricordano
questo Paese andino.
Ero andato fin lì spinto dalla mia passione per la geografia,
per conoscere il Lago Titicaca.
Ho organizzato l’escursione con un’agenzia locale, pagando
tre volte meno di quanto l’avrei speso prenotando dall’Italia.
Arrivato nel pomeriggio in un paesino nelle vicinanze del
lago, ho trascorso la serata perdendomi per le viuzze del luogo, 
ascoltando la musica andina che proveniva dai locali tipici. 
Il borgo era molto bello e, dal punto di vista umano, si
percepiva un calore meraviglioso.
Rientrato in hotel avevo il tipo mal di testa causato dall’altitudine 
e alla reception mi hanno consigliato di bere un matè
di coca (non è illegale!), che viene tenuto in caldo all’ingresso
dell’hotel per tutti coloro che ne abbiano necessità.
Il giorno dell’escursione, una macchina mi ha prelevato con
altri turisti e ci ha portato al lago. Il Titicaca è esattamente al
confine fra Perù e Bolivia. Le sue acque sono ancora ricche di pesce.
Come sopra accennato, volevo ritornare per conoscere meglio 
i peruviani. Ho quindi organizzato un secondo viaggio
in Perù, questa volta in compagnia di Mercy. In questa occasione, 
sono riuscito ad acquistare in una bottega un charango
di buona fattura, tipico liuto a manico corto, fondamentale
nella musica andina.
La seconda città che abbiamo visitato è Arequipa, dove ovviamente 
non poteva mancare un imprevisto: mentre eravamo in giro 
con la guida, dopo aver visitato una piazza e giunti in una chiesa, 
Mercy ha chiesto di rientrare subito in hotel. 
Una volta tornato in hotel, a visita conclusa, Mercy mi
ha spiegato che era stata vittima di una diarrea fulminante.
Il giorno dopo siamo partiti alla volta di Cuzco, una delle più
belle e famose città peruviane. In questa escursione, era prevista l’osservazione del condor, simbolo del Paese, ma siccome il morbo 
di cui sopra non risparmia nessuno, quel giorno
ho dovuto restare in albergo. La sera siamo andati a cena in
un locale dove, casualmente, un’orchestra stava facendo le
prove. Ho colto l’occasione per fare amicizia con il direttore
che mi ha insegnato a suonare il charango e mi ha consigliato
il vicino museo degli strumenti indigeni.
Questa esperienza rimarrà a lungo nei miei ricordi più belli delle visite nei Paesi Sudamericani.
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Uruguay.
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Sempre partendo da Bogotà, ho organizzato un viaggio in Uruguay.
Prima di partire ho prenotato solo un alberghetto in zona
centrale, lasciando le escursioni all’organizzazione in loco.
Arrivato a Montevideo, ho iniziato ad esplorare le vie vicine al mio hotel.
Il giorno dopo, sono partito a bordo di un minibus in direzione 
di Colonia Sacramento. Questa cittadina è sconosciuta
ai più. La guida, in spagnolo, ci ha spiegato molte cose del
Paese, sia naturali che storiche. Il mio gruppo era composto
da una coppia di spagnoli, due cileni e una brasiliana, con cui
ho fatto amicizia e siamo rimasti in contatto.
La domenica ho deciso di visitare meglio la capitale. Al centro 
della piazza principale di Montevideo c’è un monumento, 
con il mio bastoncino bianco, ne salgo le scale e ci giro intorno. 
Quando sono sceso, dimenticandomi il punto preciso
da cui ero salito, ho trovato un gradino troppo alto e mi son
ritrovato per terra senza rendermene conto. Dopo un attimo
di smarrimento, ho ripreso in mano il mio bastone bianco e continuato il mio giro turistico.
Ho poi visitato due musei, uno sulla storia nazionale, dalla
preistoria ai giorni nostri e uno sulla storia dell’evoluzione delle civiltà precolombiane, in particolare degli Inca.
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Brasile.
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Il Brasile è un Paese molto variegato nei suoi molteplici aspetti 
della vita e delle sue situazioni, che cambiano radicalmente
da una città all’altra e anche in poche centinaia di metri.
La prima volta che ho visitato questo Paese continentale,
sono stato nel nord est a Recife, capitale del Pernambuco.
Il secondo giorno sono uscito dall’hotel per andare in un
grande magazzino dove mi avevano detto che avrei potuto
trovare facilmente delle magliette per me e per il mio cuginetto, 
oltre al mio solito oggetto del desiderio: la bandiera
verde-oro che ha fatto sognare tante generazioni e ha anche
dato delle solenni delusioni ai tifosi italiani di calcio. 
Mi avevano avvertito di non andare a piedi, perché nel percorso si
dovevano attraversare delle favelas, ma ormai ero abituato
alle situazioni imprevedibili che si possono presentare in Sud
America ed ero sicuro che, essendo un portatore di handicap, 
sarei stato aiutato. E si è verificato esattamente quanto previsto.
Nel mio secondo viaggio in Brasile, sono stato invece a San
Paolo e una sorpresa inaspettata mi si è presentata subito il
primo giorno: ero a pranzo in un ristorante e, dopo aver detto 
al cameriere che non vedevo, lui mi ha portato un menù
scritto in braille, l’alfabeto per i ciechi. Una cosa veramente
incredibile alle nostre latitudini.
Purtroppo però, San Paolo mi ha riservato anche una brutta
sorpresa: una sera, rientrando in hotel in taxi, ho fatto notare
al tassista che mi stava chiedendo una cifra del tutto 
spropositata per la corsa. Come risposta ho ricevuto un pugno
sul braccio. Sono stato dappertutto e anche in Paesi molto
pericolosi, ma un tassista così aggressivo non lo avevo mai incontrato da nessuna parte.
Il Brasile, Paese così liberale, presenta una particolarità: non
ci sono case da gioco, poiché l’azzardo è proibito. 
Di conseguenza vengono organizzate molte bische clandestine, dove
naturalmente bisogna prestare molta attenzione.
In questo viaggio, ho colto l’occasione per andare a trovare
una mia amica che abitava a Floresta, città che dista circa tre
ore da Recife. La città è molto verde, ma non offre molto al
turista. Dopo qualche giorno mi ha riaccompagnato a Natal.
Eravamo quasi arrivati al mio albergo quando la ragazza ha
causato un incidente in auto e in seguito mi è venuta a domandare 
il rimborso delle spese. Non sono mai stato causa
di incidenti in nessuna parte del mondo e la cosa non aveva
molto senso! Anche un altro brasiliano conosciuto perché
aveva un ristorante dove andavo a cena tutte le sere, mi ha
tranquillizzato: «Lei vuole solo soldi da te!». Fortunatamente,
non mi sono più incontrato con questa persona.
Ho poi fatto amicizia con una simpatica coppia di Brasilia,
la moderna capitale brasiliana. Sono andato a casa loro, ma
non conservo dei ricordi piacevoli, perché il ragazzo aveva
bevuto troppo ed era diventato eccessivamente aggressivo.
Devo dire che questa è stata una brutta avventura che non
dimenticherò facilmente e, per questo e altri motivi, il tanto
decantato Brasile non mi vedrà facilmente di ritorno.
Infine, a nord ho visitato la città di Manaus, che si trova a
un passo dall’Amazzonia. La città non è molto turistica, ma gli abitanti sono accoglienti e ben disposti verso lo straniero.
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Lettonia.
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Non ero stato praticamente mai nel Nord Europa, a parte 
l’Inghilterra e una breve visita a Varsavia, conoscevo un
po’ Bruxelles e mi avevano parlato molto delle Repubbliche
Baltiche, quindi sono partito per Riga. La Lettonia è una na-
zione di cui non si sente molto parlare, ma è invece molto
organizzata e ha un rispetto particolare per gli ospiti. È una
delle dimensioni che ti colpisce quando visiti per la prima
volta uno stato che si affaccia sul Mar Baltico. La prima sera
volevo andare ad un concerto di musica classica, ma non
sapevo come muovermi. Fortunatamente un ragazzo che lavorava 
nella reception del mio hotel si è offerto gentilmente di accompagnarmi.
Rientrato in albergo dopo il concerto, non avevo sonno a
causa del fuso orario differente e mi sono quindi fermato
un po’ nella hall. Lì ho conosciuto una ragazza russa, con la
quale ho intrapreso una piacevole conversazione. Era molto
intelligente e, parlando con lei, ho riflettuto su come fosse
potuta esistere una nazione così enorme e potente quale l’Unione 
Sovietica. Ci siamo salutati ripromettendoci di vederci
il giorno dopo per una passeggiata e, alla fine, la ragazza mi
ha fatto da guida per tutti i giorni in cui sono stato nella 
capitale lettone. Mi ha aiutato a conoscere Riga, mostrandomi
i suoi giardini e le case dal vecchio stile sovietico. Quello che
più mi ha colpito di questa città è stato il verde intenso e la
cura che viene dedicata ai parchi.
La mia bandiera? Anche a questo ha pensato la mia amica
russa procurandomene una ad un prezzo ragionevole.
Vicino al mio albergo ho poi scoperto un mercatino tradizionale, 
così ho fatto conoscenza con alcuni venditori di souvenir, con cui mi fermavo spesso a prendere un caffè.
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Bolivia.
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L’ultimo viaggio organizzato dalla Colombia si è rivelato
molto particolare. Sono infatti andato a visitare un Paese 
andino importante e che conserva ancora le sue tradizioni ataviche. 
La Bolivia, infatti, mi ha sempre attratto molto, poiché 
avevo percepito la sua ricchezza umana. Questo Stato è
proprio il tipico posto dove non si deve cercare il folclore
perché ti viene incontro e se hai un minimo di interesse per
suoni e colori che non conosci, devi solo sapere aspettare il momento giusto.
Arrivato a La Paz, la capitale più alta del mondo, mi sono
subito informato dove poter trovare un’agenzia locale per risparmiare 
un po’ e ho visto che i boliviani non hanno molta
confidenza con il turista o forse non vogliono averla. 
Il primo giorno ho cercato ciò che mi appassiona, e sono andato
a piedi, chiedendo indicazioni, in un luogo un po’ nascosto
della capitale, ufficialmente per cercare la mia bandiera da
collezione con lo scudo ricamato, ma anche per quell’innata
voglia di saperne di più sui costumi di questo popolo. Senza
troppa fatica, sono arrivato in un posto dove vi sono diversi
sciamani. In quella zona non arrivavano né taxi né autobus
quindi ho dovuto scendere a piedi lungo una scalinata molto
difficile. Due signore mi hanno poi consigliato di prendere
un autobus locale per tornare in albergo. Con pochi pesos
ho fatto un giro che mi avrebbe richiesto molti più soldi se
fatto in taxi. La mattina seguente però si è fatta sentire 
l’altitudine, perché La Paz è più alta di Bogotà, e mi hanno 
suggerito di prendere un matè de coca! Mi sono sentito subito
meglio. Qualche giorno dopo sono tornato al negozio per
ritirare la bandiera cucita a mano. Una signora gentilissima,
dall’età indefinibile, mi ha aiutato a riprendere il piccolo 
autobus per ritornare verso il mio hotel. Ma mi sono accorto,
non so come, che stavo per prenderlo nella direzione sbagliata 
e chissà dove sarei finito! Le faccio presente come fosse 
dall’altra parte il bus per la mia direzione. La signora, un
po’ sorpresa, mi ha guardato con un: «Ah, sì?!» Meno male che sono stato attento.
Nei giorni seguenti mi sono organizzato per fare un piccolo
tour andino, perché volevo visitare la zona di Cochabamba,
dove ora stanno sorgendo dei conflitti per lo sfruttamento delle cosiddette terre rare.
Sono allora partito verso Oruro e Sucre, l’antica capitale 
della Bolivia. Una volta giunto nella prima cittadina, sono 
venuto a sapere che lì abitava un etno-musicologo belga, Arnaud
Gérard, che ho avuto la fortuna di riuscire a conoscere e con
cui mi sono tenuto in contatto per diversi anni. Arnaud mi
ha inviato alcune riflessioni sulla musica autoctona, conoscenze rare dalle nostre parti.
Ho poi visitato l’altopiano boliviano e Sucre.
Ritornato nel mio albergo ho fatto amicizia, dentro l’ascensore, 
con una coppia simpatica. Parlando, scopro che
il signore si chiama Lardo e… Sì, è proprio il cugino di un
grandissimo violinista boliviano che ho avuto la fortuna di
intervistare in Italia negli anni novanta e che nel suo Paese ha
fondato una scuola musicale. Così il maestro cugino di Jaime
mi regalerà, il giorno successivo, un suo disco.
Su consiglio del direttore dell’hotel, ho visitato un mercatino
domenicale proprio dietro l’albergo dove erano esposti in
bella mostra piccoli oggetti tipici, lavorati a mano da gente 
semplice che guadagna pochissimo. In quel mercatino ho
anche trovato un regalo per mia mamma: una sciarpa grigia
di pura alpaca, che ha utilizzato sempre durante le giornate fredde dell’inverno.
L’ultimo giorno della vacanza sono andato a mangiare in un
ristorante che mi era stato indicato e ti pareva!? Mi sono perso! 
Strano no? Ma oramai ero tranquillo, anzi dirò… avevo
persino il piacere di perdermi. In questo modo, si fanno le
conoscenze migliori! Inizialmente ho chiesto a diverse persone 
senza alcun risultato. Al massimo, mi hanno consigliato
di prendere un taxi, ma sapevo bene di essere al massimo a
cinquecento metri dall’albergo. Alla fine però, la fortuna aiuta 
gli audaci! Ho incontrato un ragazzo, giornalista di una radio 
boliviana, che mi conferma la mia impressione riguardo
la diffidenza dell’indigeno verso lo straniero. De paso, ovvero
piano piano, mi ha accompagnato a destinazione.
La mattina della mia partenza, il tassista mi ha accompagnato 
al terminal dell’aeroporto, dove mi attendeva l’accompagnatore che avevo richiesto.
Quest’ultimo, dopo avermi fatto accomodare, mi ha detto
che sarebbe tornato da me per accompagnarmi sull’aereo, ma… in realtà non è più tornato! Sono riuscito ad imbarcarmi da solo, camminando col bastone, all’ultimo minuto.
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Kenya.
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Questo viaggio non s’ha da fare! Nella prima parte del 2012
volevo ritornare in Africa, dopo essere stato a Zanzibar, che
mi aveva così interessato. Sapevo che c’era un’altra nazione
ai confini con la Tanzania da visitare di sicuro interesse, non solo faunistico: il Kenya.
Queste nazioni, sono diventate indipendenti più o meno
negli anni sessanta e quasi con le stesse modalità, ma sono
molto differenti fra loro. Mi è bastato aver avuto contatto
con alcuni tanzaniani e anche con alcuni kenyoti per comprendere 
le impostazioni diverse di queste due popolazioni.
Ma, torniamo a noi. Mi ero organizzato di tutto punto per
ritornare in una terra sconosciuta, che offre molto da esplorare. 
La valigia è pronta e vado in aeroporto. Mi viene detto
però al check-in che ci sono dei problemi. Domando se ci
fosse un problema a proposito del biglietto o cos’altro. Mi
viene invece comunicato che il passaporto è pieno e quindi 
sono stato accompagnato dai Consoli kenioti, i quali mi
hanno confermato che non potevo partire. Non mi sono
dato per vinto e ho cercato un’ultima possibilità. Ho chiamato 
il capo dell’assistenza, un mio amico ma niente da fare,
mi viene detto: «Sì, può partire, ma arrivato a Mombasa la
faranno tornare indietro perché non ha lo spazio per altri
due timbri che necessiteranno successivamente». A questo
punto, mi vedo costretto per la prima volta, a riprendere un
taxi e ritornarmene a casa. Non posso descrivere la sorpresa 
di mia madre quando mi ha rivisto. Ma tant’è! Quindi il
giorno dopo sono andato a fare le foto di rito per il nuovo
passaporto e in pochi giorni ne ho avuto uno nuovo. Devo
aggiungere però che già in precedenza mi avevano avvertito
che non avevo molto spazio nel passaporto e quindi di stare
attento perché in alcune nazioni i timbri prendono praticamente 
una pagina. Ho così imparato che prima di comprare
un biglietto devo sincerarmi degli spazi utili sul documento.
Arrabbiato? Nient’affatto! Deluso? Senz’altro.
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Estonia.
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Dopo la Lettonia devo scegliere se andare in Estonia o in Lituania. 
Alla fine però scelgo di visitare proprio l’Estonia che
è la più piccola delle repubbliche baltiche. Visito l’ambasciata 
e parlo con l’addetta culturale che mi dà alcuni consigli e
mi mette in contatto con la responsabile del settore musicale
del Ministero degli Affari Esteri di questa piccola ex repubblica sovietica.
Tallinn è una città molto carina che si può girare comodamente 
a piedi, piena di parchi incontaminati.
Giunto nella suddetta capitale in battello da Helsinki, ho ricevuto 
la visita della dottoressa del ministero, che mi ha invitato 
ad un concerto dei famosi cori baltici. Su suo consiglio,
ho cambiato il mio albergo per un convento di suore, dove
però non riuscivo a dormire perché in questi Paesi non sono
soliti usare tapparelle di nessun genere. Mi ricordavo di avere
degli occhiali scuri, ma come li ho messi si sono rotti perché
erano troppo vecchi. Avevo richiesto una tenda supplementare, 
ma purtroppo non è stato possibile. La mattina dopo,
ho allora deciso di tornare nel mio primo albergo, attrezzato 
per le esigenze dei turisti. A Tallinn ho poi scovato un
piccolo mercatino come piace a me, dove ho fatto amicizia
con due ragazzi napoletani che gestivano una pizzeria; nel
loro locale, parlando con lo staff, ho scoperto che proprio
vicino al mio hotel c’era il Museo della musica, poco conosciuto 
dai turisti. Il giorno dopo sono ovviamente andato
a visitarlo e, come sempre, le cose più nascoste sono le più
belle e interessanti. Ho anche avuto l’opportunità di venire
intervistato dalla Radio estone sul lavoro che svolgo e ho
potuto così raccontare ancora una volta la mia esperienza
di ricerca sulla musica araba, che mi ha veramente stregato.
Terminato il mio intervento, la giornalista, Kristi Sobak, mi
ha accompagnato gentilmente ma, scendendo alcuni scalini,
siamo inciampati entrambi e siamo caduti tutti e due, ma
senza particolari conseguenze. Ho avuto anche in omaggio alcuni dischi rari di musica estone.
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Cipro.
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La terza isola del Mediterraneo per estensione, ponte fra Europa 
e Asia, e appartenuta per lungo tempo alla Repubblica
di San Marco, vive oggi una delle sue fasi più difficili, sia dal
punto di vista economico che da quello politico. Nel contempo, 
offre al visitatore molti itinerari per non annoiarsi.
Ho avuto l’occasione di visitare l’isola con l’intento di fare
una vacanza puramente balneare, ma la mia permanenza mi
ha dato modo di incontrare realtà nuove.
Riservo il volo direttamente con la compagnia nazionale cipriota 
e quindi cerco su internet un hotel. Mi avevano consigliato 
di andare in una zona più carina e turistica, ma e qui
viene il bello, ho sbagliato hotel. Così mi sono ritrovato in un
albergo frequentato da russi e naturalmente russe. Che dire,
non tutto il male vien per nuocere!
Qui ho fatto amicizia con gli albergatori e con l’Ambasciatore, 
il quale mi ha fatto accompagnare con la macchina di
servizio, a Nicosia, capitale della Repubblica, dove mi è stato
sconsigliato di andare nella parte turca della città.
Come sempre sono andato a cercarmi la bandiera per la mia
collezione e questa volta non ho avuto problemi, anzi mi è stata recapitata.
Non posso dimenticare Larnaca, con il suo bel lungomare e
i suoi ristorantini dove si può mangiare pesce fresco a buon
prezzo, oltre alle chiese grandi e piccole, da visitare se vestiti in modo consono.
Nei pressi del mio albergo ho scoperto un museo interessantissimo: 
quello del pesce. L’ho visitato in compagnia del direttore che mi ha spiegato i dettagli di questa trovata un
po’ turistica, ma che suscita curiosità.
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Oman.
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Come già accennato, nel 2012 mi trovavo negli emirati per
un corso di arabo e inglese. Il visto turistico durava solo un
mese quindi son stato costretto ad andare a visitare un Paese
vicino. Ho scelto l’Oman, terra di favole e della Regina di
Saba. Arrivato all’aeroporto di Muscat, la capitale del sultanato, 
ho trovato ad attendermi una donna velata, la mia accompagnatrice. 
Sapevo da fonti sicure che avrei dovuto pagare un visto turistico 
del costo di dieci dollari, ma la donna ha comunque insistito 
per andare ad informarsi, lasciandomi da solo in sala d’attesa per mezz’ora.
Dopo aver risolto queste prassi burocratiche, siamo andati a
ritirare la mia valigia, che era stata messa proprio di fianco al nastro del ritiro bagagli.
Grazie alla mia amicizia con il direttore dell’hotel di Dubai,
quest’ultimo mi aveva consigliato un ottimo albergo e aveva
chiesto al direttore di riservarmi un trattamento di riguardo.
L’hotel scelto era effettivamente molto bello, ma la vita lì era
carissima. Come sempre, ho preso contatto con l’Ambasciatore 
e sono andato in visita per conoscerlo. Era una persona
veramente squisita: mentre parlavamo mi ha detto, fra le altre 
cose, che l’orchestra del Sultano interpretava brani noti di
musica classica (cosa rarissima da poter incontrare a queste
latitudini) e mi ha consigliato un ristorante italiano in zona, che ho provato la sera stessa.
Devo dire che non sono rimasto deluso: lo chef italiano,
Mario, era un bravissimo ragazzo che preparava ottimi risotti
e piatti di pesce e, peraltro, è riuscito anche a mettermi in contatto con i musicisti di cui sopra.
Ho quindi potuto ascoltare dal vivo questa orchestra strumentale 
del Sultano: i musicisti erano tutti omaniti, tranne il
primo violino, che era invece italiano. L’hotel in cui alloggiavo 
era di lusso e lì ho fatto amicizia con la direttrice: quando
siamo andati insieme a bere una tazza di tè, ho evitato di
darle la mano. Notando il suo stupore, le ho spiegato che
avevo imparato queste consuetudini anni prima in Marocco
e che quindi per me era del tutto normale comportarmi così.
Mentre chiacchieravamo, la donna mi ha raccontato che suo
marito lavorava in polizia e mi ha addirittura dato un suo bigliettino, in caso di necessità.
In questo Paese ho anche avuto l’opportunità di ascoltare
l’opera, in un teatro fatto costruire appositamente dal Sultano 
per la lirica, inaugurato da Andrea Bocelli.
Arrivato in questo teatro, due signore velate gentilissime mi
hanno detto che avrei potuto assistere allo spettacolo serale
e, prima che l’opera iniziasse, siccome ero senza giacca (fuori
c’erano trentacinque gradi!) me ne hanno prestata una dal guardaroba. Anche questa è fatta!
Sono tornato in Oman altre volte e, durante il mio terzo
viaggio, ho visitato la medina di Muskat, in cui tutto è ordinato 
e si possono comprare dei piccoli souvenir. Da non
dimenticare inoltre le moschee, con i tappeti sempre puliti
e in ordine, da visitare togliendosi le scarpe e infilando le
babbucce pronte all’uso. Sono certo che ritornerò in questa
parte del mondo arabo dove sono ancora conservate gelosamente 
le tradizioni della cultura locale, sicuramente interessanti da conoscere e da approfondire.
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Qatar.
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Già da diversi anni avevo preso informazioni su questa piccola 
penisola, seduta su gas e petrolio e che ospita quest’anno i 
campionati del mondo di calcio. Non mi ero però mai
deciso a partire, perché mi avevano avvisato dell’inaffidabilità dei qatarioti.
Avevo ricevuto diverse informazioni riguardo questo piccolo 
Paese, parte integrale della penisola arabica, mentre mi
trovavo negli Emirati: nel bar del mio hotel avevo infatti 
conosciuto un libanese, un politico che era spesso a Dubai, il
quale ha chiesto alla sua segretaria di organizzarmi il viaggio.
La gentilissima segretaria, una ragazza filippina, mi ha 
riservato un albergo che ho pagato solo per una notte (anche
se ho pernottato per tre notti). Non mi restava quindi che partire!
Atterrato a Doha, ho aspettato per più di un’ora perché non
era arrivato nessuno a prendermi. Infine si è presentato il
mio accompagnatore: un ragazzo del Bahrain, autista di un
socio in affari del mio amico libanese. Senza problemi son
giunto a destinazione in un hotel lussuosissimo. L’albergo
aveva una piscina molto grande ed era pieno di negozi di
marche famose, con due bar e due ristoranti, di cui uno gestito 
da uno chef italiano. Naturalmente sono andato a cena
lì, per ottenere altre notizie utili per il mio breve soggiorno.
Umberto, lo chef, era effettivamente informatissimo sulla
vita dell’Emirato: mi ha infatti raccontato come dei comportamenti sconvenienti secondo la legge islamica vengano puniti severamente (due ragazzi che si erano baciati in pubblico, ad esempio, hanno dovuto scontare quindici anni di prigione). Insomma, nei Paesi arabi del golfo è meglio comportarsi 
secondo i dettami dell’Islam, salvo in privato fare
quello che si vuole. Proseguendo nelle sue spiegazioni, mi ha
poi detto che qualora qualcuno abusi con l’alcol, proibito in
generale ma consentito negli hotel per stranieri come quello,
venivano chiamate due guardie dell’albergo in borghese che
però non toccano mai l’avventore, perché potrebbe fare parte 
della famiglia dell’Emiro; cercano però di persuaderlo con
le buone a uscire dal locale. In caso di reiterata resistenza,
viene allora richiesto l’intervento della polizia qatariota, che
a questo punto può prendere tutte le misure del caso.
In uno dei bar di questo grande albergo c’era un piccolo
complesso colombiano che suonava: erano tutti ragazzi di
Bogotà e, dopo aver loro spiegato che conoscevo la capitale
colombiana in ogni suo angolo, su mia richiesta hanno suonato 
Cielito lindo e la serata è trascorsa nel migliore dei modi.
Doha era una città in piena espansione, dal momento che
stavano costruendo moltissimi nuovi edifici per i prossimi mondiali.
La seconda volta che sono ritornato in questo piccolo Paese
del Golfo, sono stato in un altro albergo e sono andato a
trovare ancora una volta l’Ambasciatore. Anche quella volta
la permanenza era stata breve, ma ho comunque potuto visitare 
i dintorni della capitale, occupati solamente da deserto e cantieri in costruzione.
Sicuramente la città si svilupperà rapidamente, richiamando 
come in molti emirati una manodopera prevalentemente
composta da indiani, pakistani, nepalesi e filippini. 
Insomma, credo che assisteremo ad un altro crogiuolo di razze, perfettamente integrate tra loro.
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Madagascar.
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Dopo un’isola del Mediterraneo, volevo visitare un’altra isola dell’Oceano Indiano che si trova nell’emisfero australe: così sono partito per il Madagascar.
Questa è la quarta isola del mondo per estensione che ha molto da offrire al viaggiatore curioso. È una parte in cui si sono conservate molte specie endemiche che non si trovano in nessun altro luogo terrestre. Si possono incontrare camaleonti, lemuri, tartarughe giganti e coccodrilli.
Questa grande isola è da sempre un crocevia di mercanti indiani, malesi, arabi e del corno d’Africa, i quali se ne sono spesso serviti per le loro scorribande di ogni genere, nonché per i traffici più disparati che in questa parte del globo abbondano sempre.
Desideravo davvero tanto tornare nel continente africano e sono partito con molte aspettative, nella consapevolezza che quella sarebbe stata una breve ma intensa vacanza.
Dopo un volo lungo ben nove ore, sono finalmente giunto a destinazione, in questo lembo di terra, posto di fronte al Mozambico, il cui omonimo canale ci separa dal continente africano propriamente detto.
Ho soggiornato nell’isoletta di Nosy Be, a nord-ovest dell’isola principale, per una bellissima settimana. Conoscendo bene il francese, ho da subito fatto amicizia con i locali, i quali mi hanno raccontato la povertà del loro Paese. Nonostante ciò, loro erano sempre sorridenti e riuscivano a spiegare con la più classica semplicità come si svolgeva la vita del villaggio. I malgasci mi hanno insegnato qualche parola nella lingua locale, che risente di influssi arabi, malesi e indonesiani.
Un giorno ho fatto un’escursione per andare a visitare due villaggi, dove gli abitanti si sono dimostrati furbi e aperti verso lo straniero. Lì ho avuto la fortuna di comprare una preziosa essenza Ylang Ylang, utilizzata per vari malesseri, nonché la mia spezia preferita, ovvero lo zafferano.
I tramonti erano indimenticabili, uno diverso dall’altro, e le occasioni per conoscere persone nuove non mancavano.
Una sera, dopo cena, ho incontrato Massimo Poggio, un noto attore che aveva partecipato alla fiction di successo I Liceali e con lui ho intrapreso un’appassionante conversazione sul ciclismo e le biciclette antiche.
In villaggio, ero poi diventato il confidente di una delle animatrici: lei mi raccontava le sue vicissitudini sentimentali e io ho cercato di consigliarla nel miglior modo possibile.
Nel mio secondo viaggio in Madagascar ho conosciuto Raissica, una ragazza che lavorava nell’hotel dove alloggiavo e, dopo qualche giorno, siamo usciti insieme. A bordo di un moto-taxi, una sorta di ape degli anni sessanta, siamo andati ad Ambatoloaka, un villaggio che avevo già visitato la volta precedente. Qualche sera dopo, sempre con Raissica e una sua collega, Salima, siamo andati a fare una passeggiata sulla spiaggia e lì ho potuto far scoprire anche a loro le stelle dell’emisfero australe.
La relazione con Raissica era iniziata nel migliore dei modi, quindi ho deciso di ritornare nuovamente sull’isola. In questa  occasione, però, ho riservato per noi un bungalow a pochi metri dal mare. Con la ragazza era scattato un feeling immediato e molto bello, quasi come se ci conoscessimo da anni. Senza giri di parole, Raissica mi ha detto da subito di essere molto povera, ma a me ovviamente non interessava.
Tra le altre cose, mi ha anche raccontato di avere una figlia di sette anni e io non vedevo l’ora di conoscerla, perché i bambini mi sono sempre piaciuti tantissimo.
Quando me l’ha presentata, inizialmente Yolicia è stata un po’ sulle sue, ma poco dopo abbiamo iniziato a parlare e abbiamo subito legato.
Visto l’evolversi delle cose, ho deciso di prolungare il mio soggiorno in Madagascar per altre due settimane.
Durante questa vacanza, ho anche fatto amicizia con alcuni francesi che frequentavano un ristorante a Dzamandzar (il villaggio di Raissica), gestito da un italo-francese che si dimostrava sempre gentile con me e così potevo mangiare il miglior pesce ad un prezzo veramente conveniente.
Una domenica, trovandomi a casa da solo poiché Raissica lavorava, volevo andare a mangiare il pesce e una persona ha quindi spiegato al tassista di lasciarmi di fronte al ristorante
Chez Daniel. L’autista però, dimenticandosi di quanto detto, mi ha fatto scendere poco prima, ma fortunatamente una persona molto gentile, prendendomi sotto braccio, mi ha accompagnato al locale.
Sono tornato molte volte sull’isola che ormai conoscevo bene e dove Raissica mi aspettava sempre. Eravamo soliti
prendere sempre una casa nello stesso comprensorio. Abbiamo passato anche le feste del Natale assieme.
Con la mia compagna siamo sempre riusciti a trovare pesce fresco a volontà e anche ostriche, che qui costano pochissimo: con poco più di un euro, infatti, ne ho comprate ben venti e altre dieci mi sono state date in omaggio, tutte freschissime.
Arrivata la fine della vacanza, alla tristezza di lasciare Raissica si è aggiunto il caos del viaggio di ritorno. Innanzitutto, non mi sono trovato per nulla bene con l’assistente della Neos che mi era stata assegnata; oltre a ciò, l’aereo ha fatto molte ore di ritardo e, una volta giunto in Italia, ho dovuto
attendere a lungo per il mio bagaglio.
Ho fatto ritorno in Madagascar il 4 marzo di quello stesso anno, qualche giorno prima del compleanno della mia ragazza. Anche questa volta la mia permanenza sull’isola è stata molto piacevole e, a mia insaputa, Raissica mi aveva preparato una sorpresa: invece della nostra solita casetta, era riuscita ad avere dal proprietario del residence una casa grande al piano terra, affacciata sulla sabbia e con il rumore delle onde in sottofondo.
Naturalmente non poteva mancare l’affettuoso incontro con la bambina della mia compagna, la quale si è dimostrata affettuosa come sempre.
Come in quasi tutti i miei viaggi non poteva mancare il solito imprevisto: mentre andavo con Raissica nel nostro solito ristorantino, un ciclista mi è letteralmente piombato addosso, dandomi una forte botta sul braccio destro. L’uomo andava a tutta velocità e a fanale spento in una strada buia: io me la sono cavata con poco, ma lui ha fatto un volo catastrofico.
Dimenticavo: una volta arrivati al ristorante, oltre tutto, l’abbiamo trovato chiuso!
Con Raissica le cose proseguivano per il meglio e, attraverso l’Ambasciata francese che ci rappresenta in terra malgascia, abbiamo cercato di farle avere il visto per farla arrivare in Italia. Non è stato facile, anzi, ho dovute superare prove veramente difficili!
Il Consolato francese infatti, ha rifiutato il visto e dopo i pianti di Raissica, ho dovuto inventarmi qualcosa. Ho avuto proposte di tutti i tipi, compreso il visto a pagamento. 
Quando fiutavo la cosa losca non lasciavo spazi ai miei interlocutori. Mi è stato anche dato un suggerimento interessante da un Ambasciatore, e sono stato contattato direttamente dalla Cancelliera di Pretoria. Purtroppo nemmeno questa volta ne sono venuto a capo.
Quindi ho invitato Raissica a visitare l’isola di Mauritius che già conoscevo e quindi un Paese che sicuramente non avrei mai visitato se mi fossi trovato da solo, le Seychelles. 
La prima volta con Raissica abbiamo visitato due isole Mahé e La Digue, quest’ultima molto bella e ricoperta di vegetazione lussureggiante. L’isoletta è pedonalizzata salvo qualche rara macchina e quindi molto rilassante. Ricordo bene il terrore della mia ragazza quando abbiamo effettuato i trasferimenti di andata e ritorno con un traghetto e vi erano delle grandi onde che mi facevano morire dalle risate, mentre lei era terrorizzata. Tornati a Mahé, la nostra padrona di casa ci ha rivolto una domanda diretta nel tipico stile anglosassone: «Voi vi volete sposare?» Niente di più inatteso dopo tante peripezie, «È un anno e mezzo che cerchiamo di farlo!» La
signora ha aggiunto subito: «Mia sorella lavora in comune e se produrrete tutti i documenti necessari, può aiutarvi in tempi brevi». Siamo ritornati in Madagascar con il nostro segreto inconfessabile, molto più contenti e consapevoli che si stava avverando il nostro sogno.
Tornato in Italia, ho prenotato tre biglietti: Roma-Mahé andata e ritorno, Antananarivo-Mahé e Mahé-Roma per Raissica.
Arrivato alle quattordici a Mahé, ho aspettato Raissica che doveva atterrare alle diciannove, ma anche questa volta c’è stato un imprevisto. Mi ha chiamato piangendo perché la polizia non la lasciava partire, non avendo con sé il biglietto di ritorno per il Madagascar. Dovevo quindi inviarglielo in qualche modo, ma dove e come se era domenica? La signora dell’assistenza mi ha accompagnato gentilmente nell’unica agenzia aperta. Lo abbiamo acquistato, inviando il codice del biglietto richiestomi via e-mail al cellulare di Raissica. 
Finalmente lunedì 31 ottobre 2016, ci siamo sposati, in un quarto d’ora, a casa della mia amica con una cena creola.
L’indomani siamo arrivati in aeroporto, pronti per tornare insieme a Roma ma una hostess italiana ci ha informati che mia moglie non poteva partire senza visto per l’Italia perché rischiava di essere rimandata indietro o a Dubai o al suo arrivo in Italia. Ci ha però cortesemente permesso di rimandare il volo di una settimana. Abbiamo quindi provveduto al visto turistico presso il Consolato dell’Ambasciata francese.
Mi viene suggerito di presentarmi lì con tutti i documenti necessari e quindi siamo potuti partire senza ulteriori problemi.
Mia moglie è da quel momento parte integrante della mia vita. Ha un visto permanente e ci ha raggiunti anche la
figlia, Yolicia, che mi vuole molto bene. Credo che i viaggi continueranno, come recentemente abbiamo fatto a Parigi e Budapest, ma in famiglia e da innamorati è un’altra cosa!
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FINE.
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Rassegna semiseria di ricordi fotografici.
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Il grande passato della civiltà egiziana nei segreti delle Piramidi: la ricerca del mistero non finisce mai.
Sabbia multicolor per turista dal Sahara.
Suoni e colori dalla Turchia.
Sulla fiducia, e con una stretta di mano, ho portato a casa una frase del Corano.
Saz: il tipico liuto a manico lungo della Turchia.
Ricordi dall’Indonesia all’epoca non proibiti: la bellezza dell’arcipelago riflessa nei colori della natura.
Il turista cerca il souvenir, io la bandiera, anche per venti dollari.
Il mio primo viaggio a Londra, per chi suona la campana.
Un piccolo paese del Sud-America come il Paraguay offre, oltre la musica, un prezioso artigianato.
Non solo Maya: il Messico è un crogiolo di popoli e divinità.
Dal popolo Maya un calendario che ci ricorda la loro precisione e grandezza.
Preziosa Icona che rappresenta la religione bulgara.
Cimelio per ricordare la caduta del Conducator Ceausescu.
Prendo il tè in Ungheria?
Da Atene lancio le olimpiadi moderne.
Realtà significative della Colombia.
Poporo: oggetto rappresentativo della cultura indigena pre-colombiana.
Una rappresentazione dell’unità colombiana divisa da tre Sierras.
L’Ecuador, con i suoi sciamani, offre spunti per riflessioni profonde.
Volare come una bandiera a La Paz, la capitale più alta del mondo.
Simboli del passato-presente dell’Impero Celeste.
Ricordo della partenza di mio nonno dalla Cina.
Da Radio Pechino per caratteri della vera Cina.
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Indice.
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Prefazione.
Introduzione.
Egitto 1980.
Tunisia 1980.
Turchia 1981.
Europa dell’Est 1983.
Indonesia 1984.
Giordania e Israele 1985.
Inghilterra 1985 1986.
Francia 1985 1986).
Portogallo 1986.
Marocco 1987.
Spagna 1988.
Algeria 1990.
Argentina e Paraguay 1991.
Messico 1991.
Costa Rica e Guatemala 1993.
Principato di Monaco 1997.
Bulgaria e Romania 1997.
Ungheria 1997.
Martinica 1998.
Saint Lucia 1998.
Grecia 1999.
Santo Domingo 2000.
Cuba 2000.
Venezuela 2001.
Emirati Arabi Uniti 2001.
Honduras 2003.
Belgio 2004.
Nicaragua 2005.
El Salvador 2006.
Colombia 2006.
Cile 2006.
Cina 2007.
Perù 2008.
Uruguay 2009.
Brasile 2010.
Lettonia 2010.
Bolivia 2011.
Kenya 2012.
Estonia 2012.
Cipro 2012.
Oman 2012.
Qatar 2013.
Madagascar 2014.
Rassegna semiseria di ricordi fotografici.
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Fine Indice.
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FINE.